Il Museo della Pesca del Lago Trasimeno


A San Feliciano, frazione del Comune di Magione (PG) è situato il Museo della Pesca del Lago Trasimeno che ha riaperto al pubblico nel luglio 1997.
Raccoglie innanzitutto due decenni di studi svolti, in particolare, nell’ambito del Progetto A.L.L.I. dell’Università di Perugia, incentrati sulla “cultura dell’acqua”, la “lingua, la storia e la vita delle comunità insediate lungo le rive del Lago Trasimeno. Si traccia l’evoluzione delle attività di pesca che per molti secoli sono state le più importanti per gli abitanti di questi luoghi.
L’idea di realizzare il Museo della Pesca nasce nel 1974 per iniziativa della Società di Mutuo Soccorso “Canottieri”, della Cooperativa Pescatori “Il Trasimeno” e della Pro – Loco di San Feliciano e della Direzione Didattica di Magione. Nel 1979 inizia una proficua collaborazione con l’Università degli Studi di Perugia, nella persona del Prof. Giovanni Moretti, Direttore dell’ Istituto di Filologia Romanza e promotore del Progetto “A.L.L.I.” (Atlante Linguistico dei Laghi Italiani).
Negli anni seguenti viene svolta una capillare opera di sensibilizzazione a tutti i livelli, finché nel 1984, sotto la spinta delle petizioni dei pescatori e le pressioni provenienti dalla Scuola e dall’Università, fu redatto il primo statuto del Museo che ne affidava la direzione al compianto Prof. Alessandro Alimenti, dell’Istituto di Antropologia Culturale dell’Università degli Studi di Perugia.
Nel medesimo anno il Museo è diventato di proprietà del Comune di Magione ed è stato allestito, in forma provvisoria, presso uno stabile di proprietà della Cooperativa Pescatori.
Nel 1994 la Società Cooperativa Sistema Museo diventa l’Ente gestore ed assicura un’intensa attività didattica.
Nel 1997, il Museo della Pesca con delibera dell’Amministrazione Provinciale di Perugia, ha trovato nei locali dell’ ex Consorzio Pesca ed Acquicoltura del Trasimeno una nuova e definitiva sede, ed è entrato a far parte del Parco Didattico Scientifico del Lago Trasimeno.
Nel settembre del 2000 viene inaugurato il nuovo allestimento scientifico del Museo che è ora composto da quattro sale dove è possibile scoprire le trasformazioni delle tecniche della pesca dalla preistoria ai giorni nostri e che polarizzano l’attenzione su due momenti fondamentali per la storia del lago, la cristianizzazione e la costruzione del nuovo emissario.
Lungo il percorso espositivo si trovano cinque acquari che ospitano alcune specie di pesci presenti nel museo:

Acquario A – Alborella e Scardola

Acquario B – Tinca

Acquario C – Persico Sole

Acquario D – Persico Reale e Persico Trota

Acquario E – Carpa Regina

La struttura museale dispone di una sala video e multimediale dalla caratteristica forma a “barcone”, dove le assi dell’imbarcazione si trasformano in sedute per diventare luogo speciale per incontri e proiezioni; di un’aula didattica per la realizzazione di laboratori con le scuole; di sale espositive che, oltre alle sezioni fisse del Museo, ospitano periodicamente mostre storico-documentarie riguardanti particolari momenti della storia del lago e della pesca; di un bookshop tematico dove si possono acquistare pubblicazioni relative agli studi compiuti su ogni aspetto della realtà del Trasimeno; di una biblioteca e di una fototeca specializzata.

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La stima del popolamento dei centri protostorici dell’Italia centrale tirrenica


La ricerca etnoarcheologica può essere d’aiuto dove scarseggia la documentazione materiale per riuscire ad ipotizzare l’entità della popolazione dei villaggi protostorici. In area mesopotamica questi metodi sono stati sperimentati, per esempio, dall’antropologo Robert McCormick Adams che nel 1965, per i villaggi mesopotamici proponeva una stima di 200 persone per ettaro (ha) derivata da una sorta di media dei dati moderni rilevati nella città vecchia di Baghdad (216 persone per ha) e in altri centri della pianura di Susa (273 persone per ha) e del bacino del fiume Kur, in Iran (137 persone per ha).
Negli anni Settanta Carole Kramer propose per i siti preistorici del Vicino Oriente la stima di 100 persone per ettaro, che da allora è stata largamente utilizzata dagli studiosi di preistoria in relazione ad aree abitative a tessuto non diradato quali i villaggi del pieno bronzo o i centri protourbani.
In Italia, il metodo è stato inizialmente proposto per l’abitato dell’età del bronzo finale di Sorgenti della Nova da Nuccia Negroni Catacchio, che, pur seguendo la stima di Kramer, notava come probabilmente, sulla base del gran numero di capanne individuate in alcuni settori dell’abitato, si potesse in alcuni casi proporre un numero maggiore di abitanti per ettaro.
Alessandro Guidi e Francesco di Gennaro hanno proposto uno studio (“Lo stato delle anime come mezzo per la ricostruzione della popolazione dei villaggi preistorici“, in Arqueología della Población (Actas VI Coloquio Internacional Arqueología Espacial), Arqueología Espacial 28, Teruel 2010, pp. 351-358) in cui la stima per i centri protostorici dell’Italia centrale tirrenica, per quanto riguarda la tarda età del bronzo e la fase recente della prima età del ferro, è tra i 100 e 150 abitanti per ettaro, basandosi sui censimenti detti “stati delle anime”, disponibili a partire dal ‘600.

Archeologia e divulgazione: un esempio dal Pigorini


Quando gli archeologi si sforzano di spiegare la loro scienza al grande pubblico, in particolare ai bambini, possono nascere piccoli gioielli di divulgazione come questo cartone animato che è possibile vedere dal sito e dal canale youtube del Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini”. L’idea, il soggetto e la sceneggiatura sono di Maria Antonietta Fugazzola, già soprintendente alla Preistoria, e del disegnatore Alessandro Flemma. Si racconta la “storia” del villaggio neolitico de “La Marmotta” (Anguillara Sabazia, Roma), il cui scavo è stato diretto dalla Fugazzola a partire dal 1989.

II Convegno nazionale di Cesenatico, Museo della Marineria (13-14 aprile 2012)


Gli Atti del Convegno e i contributi sulle piroghe del lago di Bolsena

E’ uscito il volume Navis 5, Archeologia, Storia, Etnologia navale, che contiene gli Atti del II Convegno nazionale di Cesenatico, Museo della Marineria (13-14 aprile 2012).

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In questo volume sono contenuti due contributi che riguardano anche il nostro lago di Bolsena: uno è “Il relitto dell’Isola Martana (Lago di Bolsena)” di Antonia Sciancalepore ed Egidio Severi; l’altro “Indagini e sperimentazioni per la conservazione in situ del relitto dell’Isola Martana (Lago di Bolsena)” di Barbara Davidde Petriaggi, Giulia Galotta, Sandra Ricci, Manuela Romagnoli, Chiara Tagliatela.

Le imbarcazioni monossile italiane: proposta per un catalogo nazionale


di Alessandro Asta

Contributo tratto da Medas S., D’Agostino M., Caniato G. (a cura di) “Archeologia, storia, etnologia navale”. Atti del I Convegno nazionale, Cesenatico – Museo della Marineria (4-5 aprile 2008), Bari 2010

In Italia non esiste ancora un catalogo nazionale delle imbarcazioni monossile (“piroghe”) inteso come successione di schede formulate in base a criteri catalografici moderni. I lavori d’insieme degli anni ’70 e ’80 (Cornaggia Castiglioni 1967; Cornaggia Castiglioni & Calegari 1978; Bonino 1984) necessitano di una revisione per quanto riguarda l’analisi dei contesti di rinvenimento, gli studi morfo-tipologici e cronologici; a ciò si dovrebbe aggiungere una critica puntuale delle tecniche di recupero, restauro, conservazione ed esposizione. Colmando tali lacune si potrebbero finalmente elaborare progetti di ricerca e tutela mirati. Una proposta di catalogazione è stata sviluppata da chi scrive in forma di tesi di laurea presso il Dipartimento di Archeologia dell’Università di Padova (Asta 2002-2003); la base del lavoro è costituita da una griglia di raccolta dei dati che integra le schede di Cornaggia Castiglioni e di Bonino attraverso un confronto con gli studi europei di McGrail ed Arnold (McGrail 1978; Arnold 1995, 1996). La nuova scheda è divisa in tre sezioni comprendenti dati storico-geografici di riferimento (numero progressivo regionale, provincia/comune/anno di rinvenimento in ordine alfabetico-numerico, contesto di provenienza e/o sito archeologico, modalità di rinvenimento ed eventuale recupero, luogo e stato di conservazione), dati tecnico-interpretativi (analisi morfologica e tipologica), dati complementari (analisi di laboratorio, tipo di restauro effettuato, rilievi, documentazione fotografica e bibliografica). Questo complesso di dati, qualora esistente, risulta disperso in cronache di paese, riviste, quotidiani, diari di gruppi archeologici locali, fonti orali, archivi di Comuni e Soprintendenze, pubblicazioni di ambito archeologico, storico, botanico, folkloristico; per questo motivo, il loro inserimento nella griglia sviluppata non ha prodotto una restituzione coerente, se non in alcuni casi dove nuove indagini dirette hanno apportato le conoscenze mancanti, come nel caso veneto (Asta 2006).

In Italia i principali contesti di rinvenimento sono fiumi, laghi, torbiere e valli ferraresi. I reperti fluviali (93), prevalentemente medievali, non sono direttamente riconducibili a siti archeologici bensì alle molteplici attività umane (pesca, trasporto, traghetti, etc.) svoltesi lungo i corsi d’acqua; al contrario, le piroghe lacustri (28) sono state rinvenute in Piemonte, Trentino e Veneto, in stretta associazione con resti di abitati dell’età del Bronzo, mentre nel Lazio con abitati perispondali neolitici (anche se non mancano isolati reperti dell’età del Bronzo. Parte dei rinvenimenti nelle torbiere (50) dell’Italia centro-settentrionale, stadio finale dell’evoluzione di ambienti palustri, sono datate all’età del Bronzo, mentre le imbarcazioni scoperte nelle valli ferraresi (25) sono probabilmente collegabili alle attività svoltesi, tra l’età del Ferro e la piena età romana, lungo canali fluvio-lagunari e corsi d’acqua, ora sepolti, della rete idrografica padana. Delle imbarcazioni catalogate (206) meno della metà sono ora conservate in musei, depositi, centri di restauro e in situ. Le restanti, scoperte tra il 1870 e il 1940, sono andate distrutte soprattutto per la mancanza di sistemi di conservazione del legno umido.

Le analisi radiometriche e dendrocronologiche condotte denotano la continuità di utilizzo delle imbarcazioni monossile dal Neolitico al Medioevo; inoltre le qualità nautiche e la relativa semplicità di costruzione faranno perdurare tali mezzi almeno fino alla fine del XIX secolo, soprattutto in acque interne ma anche in acque costiere (come nel caso degli “zòppoli” triestini, derivati da elementi monossili). Gli scafi datati all’età del Bronzo (9), ad età romana (8) e ad età medievale (15) sono più numerosi. I reperti pre-protostorici (Neolitico, Rame, Bronzo) sono stati rinvenuti esclusivamente in contesti lacustri e torbosi; d’altronde l’idrografia dell’età del Bronzo è sepolta da sedimenti recenti e gran parte dei paleoalvei rimasti sono di età romana, medievale e rinascimentale (Cremaschi 1997). Per il periodo romano si nota una certa omogeneità di presenze nei vari contesti, dovuta anche alla minuziosa organizzazione dei trasporti su acqua in età classica; infine, in età medievale il “fenomoneno-monossile” si espande notevolmente in contesto fluviale, con modalità e funzionalità ancora non del tutto chiare.

Cornaggia Castiglioni elaborò una classificazione delle estremità delle imbarcazioni in 4 tipi generali e 6 sotto-tipi, oltre a definire 3 tipi per la sezione (Cornaggia Castiglioni & Calegari 1978, p. 165). Questo sistema, nonostante la mancanza di elasticità in rapporto al progressivo moltiplicarsi delle caratteristiche morfologiche individuate al raffinarsi degli studi con schemi e codici grafici, è stato utilizzato negli ultimi 25 anni per lo studio di circa 50 imbarcazioni, fra le quali prevalgono le combinazioni prua-poppa con estremità appuntita e la sezione quadrangolare. Con una serie di dati così limitata, sarà opportuno parlare di tendenze piuttosto che di certezze: in parte dei casi, studiati soprattutto da Bonino (Bonino 1982; Bonino 1984), le classi tipologiche possono trovare giustificazione in rapporto ai differenti ambiti di utilizzo; in altri casi, è invece possibile che la funzione giochi un ruolo fondamentale nell’aspetto morfologico. In tali condizioni tracciare una linea di evoluzione delle piroghe italiane è un’operazione forzata, vista anche la consistente distanza cronologica tra i quattro gruppi meglio rappresentati: a) Neolitico (lago di Bracciano); b) Bronzo (torbiere e laghi del nord Italia); c) Romano (fiumi, laghi e valli del Nord Italia); Medievale (fiumi e laghi del Centro e Nord Italia). Potrebbe essere utile, piuttosto, cogliere le caratteristiche d’insieme per ciascuno dei periodi meglio rappresentati, disponendo però di esaurienti schede di dettaglio. E’ difficile, inoltre, valutare se i reperti giunti fino a noi siano il riflesso di tentativi per ottenere dei modelli efficienti oppure se rappresentino standard qualitativi già alti nella produzione cantieristica destinata alle acque interne.

Lo sviluppo degli studi dovrà essere legato ad un progetto di indagine sul territorio nazionale, volto al completamento della documentazione presente nel database e alla sua pubblicazione integrale, con il coinvolgimento delle Soprintendenze competenti, dei gruppi archeologici locali, di professionisti disegnatori, fotografi, restauratori, archeologi e storici navali. E’ necessario, inoltre, poter usufruire di un maggior numero di analisi per la determinazione delle essenze lignee e della cronologia. A ciò devono accompagnarsi restauri, esposizioni e una costante promozione delle pubblicazioni legate alla storia e alla salvaguardia del paesaggio e delle acque.

Bibliografia

Arnold B., 1995, 1996, Pirogues monoxyles d’Europe centrale. Construction, typologie, evolution. Archaéologie neuchateloise, 20, 21.

Asta A., 2002-2003, Le piroghe italiane. Catalogo e studio per una nuova archeologia navale delle origini. Tesi di laurea in Metodologia e Tecnica della Ricerca Archeologica, Università degli Studi di Padova, a.a. 2002-03.

Asta A., 2006, Imbarcazioni e reperti monossili del Museo Archeologico di Padova. Contributo per una revisione critica dei dati. Bollettino del Museo Civico di Padova, XCIV, pp. 77-87.

Asta A., c.s., Le imbarcazioni monossili italiane: stato degli studi e prospettive di ricerca per un catalogo nazionale, in Atti del III Convegno Nazionale di Archeologia Subacquea (Manfredonia, 4-6 ottobre 2007), Bari.

Bonino M., 1982, Le imbarcazioni tradizionali delle acque interne nell’Italia centrale: quadro di riferimento e risultati della ricerca. Quaderni dell’Atlante linguistico dei laghi italiani, 1.

Bonino M., 1984, Le imbarcazioni monossili in Italia. Bollettino del Museo Civico di Padova, LXXII, pp. 51-77.

Cornaggia Castiglioni O., 1967, Le piroghe preistoriche italiane. Problematica ed inventario dei reperti. Natura – Rivista di Scienze Naturali, LVIII, 1, pp. 5-48.

Cornaggia Castiglioni O. & Calegari G., 1978, Le piroghe monossili italiane. Nuova tassonomia – Aggiornamenti – Iconogragia. Preistoria Alpina, 14, pp. 163-172.

Cremaschi M., 1997, Terramare e paesaggio padano, in Le Terramare. La più antica civiltà padana, a cura di M. Bernabò Brea, A. Cardarelli, M. Cremaschi, Milano, pp. 107-125.

McGrail S., 1978, Logboats of England and Wales, British Archaeological Reports, British Series 51.

La St. Thomas’ s International School di Viterbo in visita al Museo della Navigazione nelle Acque Interne


Oggi, 19 gennaio 2016, la classe terza elementare della St. Thomas’ s International School di Viterbo è stata in visita al Museo della Navigazione delle Acque Interne per prendere parte ad una attività didattica organizzata da Anna Billi. Ecco il bellissimo vulcano funzionante che hanno realizzato tutti insieme per ricordare le origini vulcaniche del territorio di Capodimonte!

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La piroga di Anguillara Sabazia


Il Consigliere delegato alla Cultura del Comune di Anguillara Sabazia, Vanessa Roghi, illustra la storia del rinvenimento della piroga monossila, ritrovata durante lo scavo archeologico subacqueo del 2002 nei pressi della loc. “La Marmotta”, Lago di Bracciano, e del coinvolgimento dell’Associazione sportiva Dragolago per il progetto “salviamo la piroga”.

Monitoraggio dello stato di conservazione dei siti archeologici sommersi perilacustri del lago di Bolsena e interventi di protezione in situ


Dal 2009 il Nucleo per gli Interventi di Archeologia Subacquea dell’ISCR, diretto dall’archeologa Barbara Davidde, in accordo con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria meridionale (referente l’archeologa Patrizia Petitti), ha avviato il progetto di ricerca “Monitoraggio dello stato di conservazione dei siti archeologici sommersi perilacustri del lago di Bolsena e interventi di protezione in situ” che prevede indagini e interventi volti alla definizione dello stato di conservazione dei manufatti archeologici e storici sommersi nel lago e alla realizzazione di presidi per la loro protezione e conservazione in situ. Al progetto partecipano due sezioni del Laboratorio di Indagini biologiche dell’ISCR,
la Sezione Legno diretta dalla biologa Giulia Galotta e la Sezione Biologia Marina e delle Acque Interne diretta dalla biologa Sandra Ricci, e il Laboratorio di Fisica. Lo studio si avvale, inoltre, della consulenza della Prof.ssa Manuela Romagnoli dell’Università degli Studi della Tuscia. Il Nucleo Carabinieri Subacquei di Roma partecipa alle ricognizioni e agli interventi subacquei fornendo assistenza e supporto tecnico-logistico ai subacquei dell’ISCR.
Fino ad oggi il progetto ha interessato due siti sommersi: il relitto della barca da pesca rinvenuto a largo dell’Isola Martana e il villaggio preistorico del Gran Carro o Gran Caro, presso Bolsena.

Il relitto della barca da pesca a largo dell’Isola Martana

Il relitto è ascrivibile alla tipologia più antica della bbarca da pesca tradizionale, dalla tipica forma allungata triangolare e dal fondo piatto, utilizzata sul Lago di Bolsena; la sua lunghezza complessiva è di 6,12 m e la larghezza di 1,74 m. Il reperto costituirebbe l’unico esemplare superstite sommerso costruito secondo una tecnica cantieristica, quella dei mastri d’ascia, ormai quasi del tutto scomparsa.
Sul relitto, nel corso di questi anni, sono state condotte indagini biologiche per l’identificazione delle specie legnose e per la valutazione dello stato di conservazione del legno e un intervento di protezione in situ delle fiancate, apparse subito in condizioni critiche a causa dello spostamento del carico di mattoni durante il naufragio, Inoltre, nel corso della prima campagna di ricerche, condotta nel 2009, l’ISCR ha finanziato la realizzazione del rilievo e della ricostruzione 3D del relitto eseguiti dalla Scuola Sub Lago di Bolsena.
L’intervento di conservazione in situ per la messa in sicurezza delle tavole di fasciame della fiancata è stato progettato dall’archeologo Roberto Petriaggi, allora direttore del NIAS, ed ha previsto il posizionamento di coppie di fasce di plexiglass e di policarbonato fissate da perni di acciaio inox, collegate con piccole cime ad un reticolo di tubi Innocenti. Quest’ultimo, utilizzato per la realizzazione del foto mosaico, è stato lasciato in posto a protezione del relitto dalle reti da pesca.
A tre anni dalla sua realizzazione questo intervento si è dimostrato funzionale alla necessità di mantenere in posto gli elementi del fasciame e viene monitorato costantemente da centraline subacquee che registrano periodicamente gli eventuali movimenti. Relativamente all’aspetto biologico, i campioni prelevati in diversi punti dell’imbarcazione hanno evidenziato l’utilizzo delle seguenti specie legnose: quercia (Quercus sp., gruppo caducifoglie) per la prua, lo scalino di poppa e una tavola di fasciame della fiancata destra; olivo (Olea europaea) e carpino (Carpinus betulus) per due matee (ordinate) e ciliegio (Prunus avium) per una tavola di fasciame della fiancata sinistra (un legno poco utilizzato per la costruzione di queste barche, forse la testimonianza di una riparazione). Infine è stato identificato legno di castagno (Castanea sativa) in un campione probabilmente riconducibile al remo. Analisi condotte su sezioni sottili di legno, osservate in microscopia ottica a luce normale e polarizzata, mostrano la presenza di forme di degrado a diversi livelli di gravità, in funzione delle specie legnose e della posizione più o meno esposta nel fondale lacustre. Sui campioni di Carpinus betulus sono stati rilevati i segni tipici dell’attacco dovuto a carie soffice, con formazione di lacune nelle pareti cellulari (cavitazione). Sugli stessi campioni sono anche state condotte indagini diagnostiche per la valutazione chimico-fisica del degrado del legno, riscontrando un livello medio-alto di deterioramento.
Le indagini volte allo studio della colonizzazione biologica del reperto hanno evidenziato che il relitto presentava vistose colonizzazioni biologiche formate da densi strati di colore biancastro, spesso provvisti di una colorazione rosata o verde dovuta a crescite di microflora fotosintetizzante, riconducibili a crescite di spugne del genere Spongilla. Le indagini condotte in laboratorio hanno caratterizzato la struttura del corpo del porifero ed evidenziato la presenza degli elementi scheletrici necessari al riconoscimento tassonomico, le spicole, costituiti da strutture allungate, lisce o leggermente ornamentale, fornite di punte alle due estremità. Il carico di mattoni presente all’interno dell’imbarcazione mostrava una densa e sottile copertura di limo frammista a limitate colonizzazioni biologiche costituite da microflora fotosintetizzante (microalghe e cianobatteri dei generi: Cosmarium, Staurastrum, Oocystis, Phacus, Peridinum, Anabaena) e da forme larvali o giovanili di animali acquatici.
Osservazioni periodiche sui pannelli di plexiglass e policarbonato posti a protezione delle fiancate hanno permesso di rilevare come, anche questo materiale, sia interessato dalla formazione di biofilm biologico e da deposito di limo in tempi molto brevi, che rimangono nel corso delle stagioni pressoché uniformi nella composizione.

Villaggio palafitticolo del Grancarro o Gran Caro

Questo villaggio preistorico, datato generalmente tra la fine dell’età del bronzo e l’inizio dell’età del ferro, presente lungo il litorale di Bolsena è caratterizzato dalla presenza sul fondale dei pali delle capanne, da una grande quantità di reperti ceramici e da una struttura costituita da un cumulo di pietre, denominato Aiola dai pescatori del lago, e presente anche in altre località del lago, variamente interpretato dagli archeologi, e la cui funzione e datazione è tutt’oggi incerta. Il progetto dell’ISCR, ancora in corso, prevede lo studio dello stato di conservazione dei reperti lignei, ceramici e litici e si prefigge di proporre, se necessari, presidi per la protezione in situ dei reperti a rischio di perdita.
Nel sito dell’Aiola sono stati esaminati i blocchi di pietra vulcanica costituenti l’Aiola, e le zone sabbiose circostanti. Le pietre dell’aiola mostravano una diffusa colonizzazione biologica che si manifestava per lo più con incrostazioni di colore rosato, discontinue e di spessore variabile nell’ambito di alcuni millimetri, e densi feltri di colore verde smeraldo o giallastro, compatti e tondeggianti o a ciuffi più lassi. Le indagini di laboratorio hanno evidenziato che i feltri di colore erano costituiti essenzialmente da cianobatteri del genere Phormidium e Oscillatoria, da cloroficee filamentose (Cladophora e Spirogyra) oltre a più sporadici talli della Rodoficea Hildenbrandia rivularis.
Il villaggio palafitticolo si trova ad una distanza di circa 100 metri dalla riva ed a una profondità di 3-4 m. I pali sporgono dal fondale pochi centimetri e presentano spesso forme diverse della loro parte emergente dovute all’erosione. Seppure già in passato fossero state analizzate le specie legnose di alcuni pali e fossero state eseguite alcune datazioni del legno mediante radiocarbonio, la Soprintendenza ha ritenuto opportuno cogliere l’occasione dei monitoraggi dell’ISCR per avviare una nuova campagna di analisi che ci si augura possa fornire un contributo utile alla storia e alla datazione del sito. A tale riguardo è stato previsto un campionamento random dei pali già contrassegnati e di cui era nota la posizione in base ai rilievi effettuati in precedenza. Sono state quindi prelevate alcune porzioni apicali dei pali per consentire il riconoscimento delle specie lignee ed effettuare la datazione mediante le tecniche del 14C e della dendrocronologia. Queste analisi sono condotte dalla prof.ssa Manuela Romagnoli.
I primi risultati evidenziano la presenza di Quercus cerris. Le indagini sono tuttora in corso e riguarderanno anche la definizione dei diversi 37 livelli di alterazione del materiale in funzione del grado di esposizione agli agenti di degrado del fondale lacustre.
Nell’area del villaggio palafitticolo sono stati rilevati numerosi reperti ceramici alcuni dei quali sono stati prelevati per lo studio del loro stato di conservazione e della colonizzazione biologica.
I frammenti mostrano depositi di colore nero, diffusi omogeneamente, di consistenza morbida e spessore di circa 1 mm. La distribuzione della patina nera sembra seguire il livello di insabbiamento del punto di giacitura; le superfici presentano, anche, vistose crescite biologiche sotto forma di feltri colore giallo e verde, risultati costituiti in gran parte da cianobatteri del genere Oscillatoria, e da cloroficee dei generi Zygnema e Ulotrix, unitamente diatomee ed a piccoli esemplari di muschio del genere Fissidens. Le indagini sono tuttora in corso e sono finalizzate alla definizione degli eventuali effetti di degrado prodotti da questi organismi al substrato ceramico.
I risultati finora ottenuti hanno evidenziato una molteplicità di aspetti che una volta approfonditi potranno incrementare le nostre conoscenze sui siti archeologici e storici del Lago di Bolsena e sulla caratterizzazione dei fenomeni di biodeterioramento presenti sui diversi materiali (legno, rocce naturali, laterizi, ceramica). Questo progetto permette, inoltre, di sperimentare e monitorare l’efficacia dei presidi per la protezione e conservazione in situ, come auspicato anche dalla Convenzione Unesco del 2001 per la protezione del patrimonio culturale subacqueo.

Testo di Barbara Davidde, Giulia Galotta, Sandra Ricci, Manuela Romagnoli, MarcoCiabattoni, Gian Franco Priori, tratto da XX Salone dell’Arte del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali, Ferrara, 20-23 marzo 2013, Quartiere Fieristico, padiglione 3.

http://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/documents/1363348585206_Ferrara2013_bassaDef.pdf

Le barche tipiche del lago di Bolsena


La barca utilizzata ancora oggi dai pescatori del lago di Bolsena per le diverse operazioni di pesca ha, probabilmente, origini antichissime; è di forma triangolare, con il fondo piatto racchiuso da due fiancate piuttosto svasate (dette spónne) e da una tavola poppiera (usciòlo).

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Modellino di barca da pescatore. Bolsena, Museo Territoriale.

Un tempo il fondo dello scafo era costruito utilizzando tre o quattro tavole di cerro, tenute insieme da una quindicina di tavolette parallele, dette pòste; attualmente per il fondo viene, invece, utilizzata un’unica tavola di mogano. Anche le fiancate erano formate da due o tre tavole di cerro, anch’esse sostituite oggi dal mogano, che venivano tenute insieme tra loro ed unite al fondo mediante diverse paia di coste (dette matèe), ora in ferro ma un tempo realizzate con rami di olivo tagliati in corrispondenza di biforcazioni ad angolo più o meno retto. Due tavole tegono bene unite nella parte alta le due fiancate: una situata in prossimità del centro della barca (trasto de mèzzo) e l’altra vicino alla prua (trasto de punta). La parte poppiera (detta culata) è formata da una tavola che chiude lo scafo (usciòlo) e da una trave orizzontale che, assieme alle due tavole suddette, serve per tenere bene unite le due fiancate. Questa trave, detta talèna, termina con le due estremità che fuoriescono dalla sagoma dello scafo, fungendo così da leva per spingere la barca in acqua o per tirarla in secco.

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Barche da pesca nel porto di Marta.

Il fondo interno della barca (vivaro) viene spesso utilizzato per mantenere i pesci a vivo, immersi in un modesto spessore d’acqua che, assolta la funzione, veniva una volta tolto con un’apposita sassola in legno (acquatóro) ed oggi con recipienti in plastica. Sul fondo esterno dello scafo sono sistemate le sguiciòtte, tavole collocate parallelamente ai bordi con la funzione di proteggerli nelle operazioni di messa in acqua e di recupero della barca.

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Le componenti della parte poppiera di una vecchia barca da pesca, secondo la nomenclatura dialettale: 1) culata; 2) scalino; 3) talèna; 4) matèa; 5) piro de la ròsta; 6) piro der rièmo; 7) pirétto de mèzzo; 8) orecchiòzza.

Un tempo la navigazione avveniva quasi completamente a remi. L’imbarcazione era provvista di quattro scalmi privi di biforcazione, detti pire, attualmente saldati alle matèe, mentre in precedenza erano conficcati a fuoco nella scalmiera (pirajja). Il piro de la ròsta è posto sull’angolo sinistro della culata, gli altri tre scalmi sono situati sulla parte destra della fiancata e sono detti rispettivamente, partendo dalla poppa, piro der rièmo, piro de mèzzo e piro de punta (detto anche pirétto o contropiro). Il remo viene unito allo scalmo attraverso lo stròpio, una rudimentale corda ricavata da pezzi di rete. Altri tratti di rete annodati servono per formare il mòrzo, sistemato alla base degli scalmi per evitare l’attrito del remo sul bordo dello scafo. Il remo poppiero, detto ròsta, funge anche da timone.

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Una vecchia sassola in legno per togliere l’acqua dal fondo della barca da pesca. Bolsena, Museo Territoriale.

Da una ventina d’anni a questa parte le barche da pescatore del lago di Bolsena, adeguandosi ai tempi, si sono quasi tutte dotate di motore a scoppio, mantenendo comunque l’uso di due remi (la ròsta e il rièmo), utilizzati solo come elementi ausiliari per particolari manovre; la ròsta, in particolare, ha mantenuto la sua funzione precipua di timone.

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Particolare di una vecchia barca da pesca. Si notano il piro (1), conficcato nella pirajja (2) e il mòrzo, formato da cordame e pezzi di rete.

Prima dell’introduzione del motore a scoppio, occasionalmente veniva adoperata anche una rudimentale vela, in genere ricavata da vecchie lenzuola di canapa. Veniva issata su due alberi: uno fisso (puntóne), sistemato in un apposito foro praticato sul trasto de punta, e l’altro (puntoncèllo), mobile, incastrato tra il fondo della barca e le matèe.

Testo e immagini sono tratte da Tamburini P. (a cura di), “Un museo e il suo territorio. Il museo territoriale del Lago di Bolsena“, 2. Dal periodo romano all’era moderna, Bolsena 2001, pp. 121-123.

Il parco archeologico del Laténium


Situato a ridosso del massiccio del Giura, il parco archeologico del Laténium (Hauterive, Svizzera) è un museo che descrive l’ambiente locale sotto il profilo storico-archeologico. E’ costituito da un moderno museo e da un parco archeologico. Si tratta di un progetto avanzato in cui si è cercato di riprodurre gli ecosistemi delle diverse epoche completandoli con suggestive ricostruzioni di contesti antichi.

Il parco è situato sui resti di tre villaggi preistorici scavati nel corso degli anni Ottanta in un’area che in precedenza (fino al 1970) era completamente sommersa. Dopo aver prosciugato la zona, denominata Champréveyres, si è potuto procedere all’esplorazione grazie alla tecnica del polder; dopodiché la zona è stata riempita e sopraelevata utilizzando i materiali di scavo dell’autostrada in costruzione, e in seguito vi è stato allestito il parco archeologico.

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Foto tratta da Latenium.ch

Le ricerche archeologiche hanno portato alla luce tre livelli di occupazione: un villaggio della fine dell’età del Bronzo (1056-871 a.C.), un villaggio neolitico (3810-3790 a.C.) e un accampamento di cacciatori della fine del Paleolitico (ca. 13.000 a.C.).

Le prime ricostruzioni allestite nel parco risalgono agli anni Novanta, quando è stato allestito un accampamento di cacciatori risalente a 15000 anni fa. Inoltre è stata ricostruita una casa lacustre dell’età del Bronzo e una chiatta di epoca romana.

Dopo il parco, nel 1998 è stato costruito il museo. L’esposizione permanente si intitola “Ieri… tra Mediterraneo e Mare del Nord” e rappresenta 500 secoli di storia regionale. Presenta una superficie totale di 2200 m2, suddivisa in 8 tappe, dagli accampamenti dei cacciatori del Paleolitico fino al Rinascimento.

L’allestimento è completato da animazioni sonore e modellini. Lungo il percorso sono stati allestiti mini-laboratori che permettono al visitatore di apprendere le tecniche di lavoro degli archeologi e inoltre offre giochi educativi per i bambini, monitor e postazioni interattive.

Una sezione è dedicata al tema “Cinque millenni di navigazione” e si apre sullo stagno ricreato nel parco: qui è stata collocata la chiatta gallo-romana di Bevaix, lunga più di 20 m, e inoltre sono presentati gli scavi subacquei che si sono svolti nella zona negli ultimi decenni e due piroghe preistoriche.

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Foto tratta da dendrochronologie.ch