Le barche tipiche del lago di Bolsena


La barca utilizzata ancora oggi dai pescatori del lago di Bolsena per le diverse operazioni di pesca ha, probabilmente, origini antichissime; è di forma triangolare, con il fondo piatto racchiuso da due fiancate piuttosto svasate (dette spónne) e da una tavola poppiera (usciòlo).

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Modellino di barca da pescatore. Bolsena, Museo Territoriale.

Un tempo il fondo dello scafo era costruito utilizzando tre o quattro tavole di cerro, tenute insieme da una quindicina di tavolette parallele, dette pòste; attualmente per il fondo viene, invece, utilizzata un’unica tavola di mogano. Anche le fiancate erano formate da due o tre tavole di cerro, anch’esse sostituite oggi dal mogano, che venivano tenute insieme tra loro ed unite al fondo mediante diverse paia di coste (dette matèe), ora in ferro ma un tempo realizzate con rami di olivo tagliati in corrispondenza di biforcazioni ad angolo più o meno retto. Due tavole tegono bene unite nella parte alta le due fiancate: una situata in prossimità del centro della barca (trasto de mèzzo) e l’altra vicino alla prua (trasto de punta). La parte poppiera (detta culata) è formata da una tavola che chiude lo scafo (usciòlo) e da una trave orizzontale che, assieme alle due tavole suddette, serve per tenere bene unite le due fiancate. Questa trave, detta talèna, termina con le due estremità che fuoriescono dalla sagoma dello scafo, fungendo così da leva per spingere la barca in acqua o per tirarla in secco.

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Barche da pesca nel porto di Marta.

Il fondo interno della barca (vivaro) viene spesso utilizzato per mantenere i pesci a vivo, immersi in un modesto spessore d’acqua che, assolta la funzione, veniva una volta tolto con un’apposita sassola in legno (acquatóro) ed oggi con recipienti in plastica. Sul fondo esterno dello scafo sono sistemate le sguiciòtte, tavole collocate parallelamente ai bordi con la funzione di proteggerli nelle operazioni di messa in acqua e di recupero della barca.

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Le componenti della parte poppiera di una vecchia barca da pesca, secondo la nomenclatura dialettale: 1) culata; 2) scalino; 3) talèna; 4) matèa; 5) piro de la ròsta; 6) piro der rièmo; 7) pirétto de mèzzo; 8) orecchiòzza.

Un tempo la navigazione avveniva quasi completamente a remi. L’imbarcazione era provvista di quattro scalmi privi di biforcazione, detti pire, attualmente saldati alle matèe, mentre in precedenza erano conficcati a fuoco nella scalmiera (pirajja). Il piro de la ròsta è posto sull’angolo sinistro della culata, gli altri tre scalmi sono situati sulla parte destra della fiancata e sono detti rispettivamente, partendo dalla poppa, piro der rièmo, piro de mèzzo e piro de punta (detto anche pirétto o contropiro). Il remo viene unito allo scalmo attraverso lo stròpio, una rudimentale corda ricavata da pezzi di rete. Altri tratti di rete annodati servono per formare il mòrzo, sistemato alla base degli scalmi per evitare l’attrito del remo sul bordo dello scafo. Il remo poppiero, detto ròsta, funge anche da timone.

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Una vecchia sassola in legno per togliere l’acqua dal fondo della barca da pesca. Bolsena, Museo Territoriale.

Da una ventina d’anni a questa parte le barche da pescatore del lago di Bolsena, adeguandosi ai tempi, si sono quasi tutte dotate di motore a scoppio, mantenendo comunque l’uso di due remi (la ròsta e il rièmo), utilizzati solo come elementi ausiliari per particolari manovre; la ròsta, in particolare, ha mantenuto la sua funzione precipua di timone.

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Particolare di una vecchia barca da pesca. Si notano il piro (1), conficcato nella pirajja (2) e il mòrzo, formato da cordame e pezzi di rete.

Prima dell’introduzione del motore a scoppio, occasionalmente veniva adoperata anche una rudimentale vela, in genere ricavata da vecchie lenzuola di canapa. Veniva issata su due alberi: uno fisso (puntóne), sistemato in un apposito foro praticato sul trasto de punta, e l’altro (puntoncèllo), mobile, incastrato tra il fondo della barca e le matèe.

Testo e immagini sono tratte da Tamburini P. (a cura di), “Un museo e il suo territorio. Il museo territoriale del Lago di Bolsena“, 2. Dal periodo romano all’era moderna, Bolsena 2001, pp. 121-123.

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