4 luglio
Segnalo la presentazione, martedì 4 luglio, presso la libreria internazionale “Il Mare”, a Roma, del libro “La presa di Troia. Un inganno venuto dal mare“. Interverranno l’autore, l’archeologo navale Francesco Tiboni, Laura Larcan, giornalista de Il Messaggero, e Andrea Branchi, docente dell’America University di Roma.
 
Il saggio esamina uno degli episodi più noti della guerra di Troia, l’inganno del cavallo di legno, analizzandolo da un punto di vista archeologico, storico e filologico, allo scopo di chiarire come una vicenda che per i contemporanei di Omero era estremamente chiara nella propria evidenza, nel tempo possa essere stata fraintesa e decontestualizzata. Avvalendosi degli strumenti dell’archeologia navale, attraverso l’analisi delle parole, delle immagini e dei relitti, l’autore giunge a proporre una precisa collocazione dell’episodio che pose fine alla guerra di Troia all’interno di un quadro tematico ben definito, quello appunto della dimensione navale del mondo mediterraneo pre-arcaico. La rilettura dei testi omerici e dell’epica antica alla luce delle più recenti scoperte in ambito archeologico, infatti, consente all’autore di affermare che la vera natura dell’inganno acheo non solo esula dal celeberrimo simulacro ligneo, entrato ormai nella cultura occidentale, ma che la narrazione post-omerica dell’episodio, cui si deve la distorsione in chiave quasi mistica della vicenda, ha a lungo mascherato un evento più oggettivo, credibile e aderente alla realtà storica. Omero non volle raccontare il prodigio di un intervento divino, quanto piuttosto celebrare l’astuzia di un popolo che, nella presa di Troia per mezzo dell’inganno dell’hippos, sanciva la propria capacità di muoversi in modo scaltro nell’ambito dello scacchiere geopolitico del Mediterraneo Orientale pre-arcaico, un ambiente in cui la potenza navale ed il dominio sulle rotte marittime erano alla base della grandezza dei regni e della loro possibilità di espansione.
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Costruzione sperimentale di una piroga monossila di quercia


Nel 2003/2004 è stato avviato un progetto all’interno di una collaborazione tra il Musée des Tumulus de Bougon (Deux-Sèvres) e l’INRAP (Institut national de recherches archéologiques préventives): realizzare la replica della piroga monossila di quercia scoperta nel 1979 a Bourg-Charente e datata al Neolitico recente (la sua datazione al radiocarbonio ha restituito una datazione del 3620-2910 a. C.). In base agli studi finora condotti, sappiamo che le piroghe monossile iniziano a diffondersi in Europa a iniziare dal Mesolitico ma che l’utilizzo del legno di quercia per la loro realizzazione si attesta fortemente a partire dal Neolitico.

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La piroga di Bourg-Charente, esposta presso il Musée de Cognac

Questo tipo di legno conferisce alle piroghe una serie di vantaggi, prima di tutto una notevole longevità (si stima una durata di circa 50 anni, ma a seconda delle condizioni climatiche possono arrivare anche a 100 anni). La resistenza e la durata del materiale che evidentemente mette a dura prova gli strumenti necessari per modellarlo, hanno fatto ritenere improbabile, finora, che ciò potesse avvenire in assenza di utensili in metallo, a meno che non si facesse ricorso all’uso del fuoco: questa tecnica, infatti, è ben documentata ed è ancora in uso ai giorni nostri in varie parti del mondo.

Tuttavia, se il legno di quercia è rinomato per la sua durezza, esso possiede anche un’altra qualità meccanica notevole: la scheggiabilità. La sperimentazione dell’INRAP si è concentrata, dunque, sul tentativo di dimostrare che le piroghe monossile in legno di quercia potevano essere lavorate anche senza l’ausilio di strumenti metallici.

La piroga presa a modello, rinvenuta casualmente nel 1979 da alcuni subacquei nei fondali del fiume Charente, in un luogo chiamato Gué de Beaulieu, nel comune di Bourg-Charente. Prima della datazione delle piroghe di Bercy, questa era l’unica imbarcazione neolitica rinvenuta in Francia e rimane, probabilmente, la più occidentale attestata in Europa. Misura 5,56 m di lunghezza ed è larga 0,40 m a prua e 0,60 m a poppa. Il fondo è relativamente piatto, le sentine sono arrotondate. La prua presenta due solchi longitudinali probabilmente per l’alloggiamento delle corde per l’ormeggio, mentre la poppa presenta una sorta di gradino, forse un sedile. Lo spessore dei lati sarebbe dell’ordine dei 2 cm, mentre quello del fondo varia tra i 2 e i 4 cm. Questa variazione di spessore potrebbe essere dovuta ad un problema di conservazione.

Le varie fasi dell’esperimento sono state preventivamente programmate in base ad una sequenza temporale, indicando la durata prevista per ogni operazione. In corso d’opera si sono verificate delle modifiche della sequenza prevista. In totale il tempo di realizzazione di un abbozzo di piroga in fase avanzata, senza ricorso al fuoco per lo scavo della parte interna, ha richiesto 30 giorni.

E’ stato utilizzato un tronco di quercia decidua (Quercus robur L.), senza nodi rilevanti. Il legno era piuttosto asciutto, con un tasso d’umidità pari al 70%. Misurava 6,77 m di lunghezza per un diametro di 0,54 m da un estremità e di 0,45 dall’altra. Una volta portato il tronco presso il sito di Bougon, delle semplici leve di legno hanno permesso a due operatori di issarla su una struttura per poterla girare più volte durante la lavorazione. La maggior parte del lavoro è stato eseguito con l’aiuto di utensili fabbricati con corno di cervo e con  legno; gli strumenti affilati di pietra non sono stati usati in modo rilevante.

E’ possibile che le asce in corno di cervo, conosciute dopo il Mesolitico, fossero in grado di svolgere le stesse funzioni che gli utensili di pietra potevano svolgere sui legni più teneri. Durante la sperimentazione il fuoco è stato utilizzato solo per dare forma alle estremità che erano state tagliate meccanicamente, dunque in un contesto estraneo al Neolitico. Infatti, se il taglio del tronco fosse stato fatto con un’ascia, probabilmente si sarebbe potuto fare a meno del fuoco e si sarebbe potuto arrotondare le estremità con l’ausilio di strumenti in pietra, con guadagno di tempo. L’esperimento ha effettivamente dimostrato la fattibilità del lavoro di sagomatura anche senza il ricorso al fuoco. Gli strumenti utilizzati sono asce, accette, magli e cunei di legno. Le lame di pietra erano fissate ai manici da una legatura fatta con budello di maiale o da corde di lino. Durante la sperimentazione si è osservato che soprattutto gli attrezzi in corno di cervo si sono rivelati particolarmente utili per la lavorazioni, essendo in grado di tagliare le fibre di legno senza rompersi. Per i magli di legno è stato utilizzato il resistente bosso.

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Un eccezionale filmato sulla collocazione della piroga nella sua teca


 

La più antica piroga svedese


Tra il 2010 e il 2011, una nuova analisi sulla piroga svedese “Byslättskanoten” ha rivelato che l’imbarcazione è più antica di quanto si fosse pensato finora. La datazione con metodo del Carbonio 14 ha dimostrato che risalirebbe alla tarda età del Bronzo, mentre finora si pensava che fosse del periodo vichingo o comunque non più antica dell’età del Ferro.

La piroga era stata rinvenuta nel 1930, a Horred, nel comune di Mark (Svezia sud-occidentale) ed era già un reperto raro per il fatto di essere stata ricavata dalla corteccia di un albero, più precisamente un olmo, una tecnica che non trovava riscontri in nord Europa, come ha affermato l’archeologo navale Staffan von Arbin del Museo di Bohuslän. Quando è stata rinvenuta aveva una lunghezza di 3,5 metri, ma si sono potuti conservare solo 2,5 metri di corteccia.

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Fonte: Markbladet

La sorpresa della datazione più antica, che la renderebbe ora l’unica imbarcazione dell’età del Bronzo in Svezia, è avvenuta per caso, grazie ad uno studente di archeologia navale che aveva necessità di una nuova datazione per la stesura di un saggio, dato che al momento del rinvenimento, nel 1930, questo metodo di datazione non era ancora disponibile.

Ora anche le incisioni rupestri di barche, risalenti a quell’epoca, potranno essere studiate con questo nuovo importante elemento che riguarda le tecniche di costruzione utilizzate. Gli studiosi ritenevano che potesse trattarsi di barche realizzate in pelle o con tavole di legno, ma ora si dovrà prendere in considerazione anche l’ipotesi che fossero piroghe di corteccia. Per avere un’idea di questo tipo di barche si può fare un confronto con le barche di corteccia degli Indiani del Nord America.

Non si sa se la piroga sia stata utilizzata solo per la navigazione sul fiume Viskan o anche in mare. La rara imbarcazione si trova presso il Göteborg City Museum dal 1934.

Fonti:  Canoeing Daily, Markbladet

 

II Convegno nazionale di Cesenatico, Museo della Marineria (13-14 aprile 2012)


Gli Atti del Convegno e i contributi sulle piroghe del lago di Bolsena

E’ uscito il volume Navis 5, Archeologia, Storia, Etnologia navale, che contiene gli Atti del II Convegno nazionale di Cesenatico, Museo della Marineria (13-14 aprile 2012).

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In questo volume sono contenuti due contributi che riguardano anche il nostro lago di Bolsena: uno è “Il relitto dell’Isola Martana (Lago di Bolsena)” di Antonia Sciancalepore ed Egidio Severi; l’altro “Indagini e sperimentazioni per la conservazione in situ del relitto dell’Isola Martana (Lago di Bolsena)” di Barbara Davidde Petriaggi, Giulia Galotta, Sandra Ricci, Manuela Romagnoli, Chiara Tagliatela.

Le imbarcazioni monossile italiane: proposta per un catalogo nazionale


di Alessandro Asta

Contributo tratto da Medas S., D’Agostino M., Caniato G. (a cura di) “Archeologia, storia, etnologia navale”. Atti del I Convegno nazionale, Cesenatico – Museo della Marineria (4-5 aprile 2008), Bari 2010

In Italia non esiste ancora un catalogo nazionale delle imbarcazioni monossile (“piroghe”) inteso come successione di schede formulate in base a criteri catalografici moderni. I lavori d’insieme degli anni ’70 e ’80 (Cornaggia Castiglioni 1967; Cornaggia Castiglioni & Calegari 1978; Bonino 1984) necessitano di una revisione per quanto riguarda l’analisi dei contesti di rinvenimento, gli studi morfo-tipologici e cronologici; a ciò si dovrebbe aggiungere una critica puntuale delle tecniche di recupero, restauro, conservazione ed esposizione. Colmando tali lacune si potrebbero finalmente elaborare progetti di ricerca e tutela mirati. Una proposta di catalogazione è stata sviluppata da chi scrive in forma di tesi di laurea presso il Dipartimento di Archeologia dell’Università di Padova (Asta 2002-2003); la base del lavoro è costituita da una griglia di raccolta dei dati che integra le schede di Cornaggia Castiglioni e di Bonino attraverso un confronto con gli studi europei di McGrail ed Arnold (McGrail 1978; Arnold 1995, 1996). La nuova scheda è divisa in tre sezioni comprendenti dati storico-geografici di riferimento (numero progressivo regionale, provincia/comune/anno di rinvenimento in ordine alfabetico-numerico, contesto di provenienza e/o sito archeologico, modalità di rinvenimento ed eventuale recupero, luogo e stato di conservazione), dati tecnico-interpretativi (analisi morfologica e tipologica), dati complementari (analisi di laboratorio, tipo di restauro effettuato, rilievi, documentazione fotografica e bibliografica). Questo complesso di dati, qualora esistente, risulta disperso in cronache di paese, riviste, quotidiani, diari di gruppi archeologici locali, fonti orali, archivi di Comuni e Soprintendenze, pubblicazioni di ambito archeologico, storico, botanico, folkloristico; per questo motivo, il loro inserimento nella griglia sviluppata non ha prodotto una restituzione coerente, se non in alcuni casi dove nuove indagini dirette hanno apportato le conoscenze mancanti, come nel caso veneto (Asta 2006).

In Italia i principali contesti di rinvenimento sono fiumi, laghi, torbiere e valli ferraresi. I reperti fluviali (93), prevalentemente medievali, non sono direttamente riconducibili a siti archeologici bensì alle molteplici attività umane (pesca, trasporto, traghetti, etc.) svoltesi lungo i corsi d’acqua; al contrario, le piroghe lacustri (28) sono state rinvenute in Piemonte, Trentino e Veneto, in stretta associazione con resti di abitati dell’età del Bronzo, mentre nel Lazio con abitati perispondali neolitici (anche se non mancano isolati reperti dell’età del Bronzo. Parte dei rinvenimenti nelle torbiere (50) dell’Italia centro-settentrionale, stadio finale dell’evoluzione di ambienti palustri, sono datate all’età del Bronzo, mentre le imbarcazioni scoperte nelle valli ferraresi (25) sono probabilmente collegabili alle attività svoltesi, tra l’età del Ferro e la piena età romana, lungo canali fluvio-lagunari e corsi d’acqua, ora sepolti, della rete idrografica padana. Delle imbarcazioni catalogate (206) meno della metà sono ora conservate in musei, depositi, centri di restauro e in situ. Le restanti, scoperte tra il 1870 e il 1940, sono andate distrutte soprattutto per la mancanza di sistemi di conservazione del legno umido.

Le analisi radiometriche e dendrocronologiche condotte denotano la continuità di utilizzo delle imbarcazioni monossile dal Neolitico al Medioevo; inoltre le qualità nautiche e la relativa semplicità di costruzione faranno perdurare tali mezzi almeno fino alla fine del XIX secolo, soprattutto in acque interne ma anche in acque costiere (come nel caso degli “zòppoli” triestini, derivati da elementi monossili). Gli scafi datati all’età del Bronzo (9), ad età romana (8) e ad età medievale (15) sono più numerosi. I reperti pre-protostorici (Neolitico, Rame, Bronzo) sono stati rinvenuti esclusivamente in contesti lacustri e torbosi; d’altronde l’idrografia dell’età del Bronzo è sepolta da sedimenti recenti e gran parte dei paleoalvei rimasti sono di età romana, medievale e rinascimentale (Cremaschi 1997). Per il periodo romano si nota una certa omogeneità di presenze nei vari contesti, dovuta anche alla minuziosa organizzazione dei trasporti su acqua in età classica; infine, in età medievale il “fenomoneno-monossile” si espande notevolmente in contesto fluviale, con modalità e funzionalità ancora non del tutto chiare.

Cornaggia Castiglioni elaborò una classificazione delle estremità delle imbarcazioni in 4 tipi generali e 6 sotto-tipi, oltre a definire 3 tipi per la sezione (Cornaggia Castiglioni & Calegari 1978, p. 165). Questo sistema, nonostante la mancanza di elasticità in rapporto al progressivo moltiplicarsi delle caratteristiche morfologiche individuate al raffinarsi degli studi con schemi e codici grafici, è stato utilizzato negli ultimi 25 anni per lo studio di circa 50 imbarcazioni, fra le quali prevalgono le combinazioni prua-poppa con estremità appuntita e la sezione quadrangolare. Con una serie di dati così limitata, sarà opportuno parlare di tendenze piuttosto che di certezze: in parte dei casi, studiati soprattutto da Bonino (Bonino 1982; Bonino 1984), le classi tipologiche possono trovare giustificazione in rapporto ai differenti ambiti di utilizzo; in altri casi, è invece possibile che la funzione giochi un ruolo fondamentale nell’aspetto morfologico. In tali condizioni tracciare una linea di evoluzione delle piroghe italiane è un’operazione forzata, vista anche la consistente distanza cronologica tra i quattro gruppi meglio rappresentati: a) Neolitico (lago di Bracciano); b) Bronzo (torbiere e laghi del nord Italia); c) Romano (fiumi, laghi e valli del Nord Italia); Medievale (fiumi e laghi del Centro e Nord Italia). Potrebbe essere utile, piuttosto, cogliere le caratteristiche d’insieme per ciascuno dei periodi meglio rappresentati, disponendo però di esaurienti schede di dettaglio. E’ difficile, inoltre, valutare se i reperti giunti fino a noi siano il riflesso di tentativi per ottenere dei modelli efficienti oppure se rappresentino standard qualitativi già alti nella produzione cantieristica destinata alle acque interne.

Lo sviluppo degli studi dovrà essere legato ad un progetto di indagine sul territorio nazionale, volto al completamento della documentazione presente nel database e alla sua pubblicazione integrale, con il coinvolgimento delle Soprintendenze competenti, dei gruppi archeologici locali, di professionisti disegnatori, fotografi, restauratori, archeologi e storici navali. E’ necessario, inoltre, poter usufruire di un maggior numero di analisi per la determinazione delle essenze lignee e della cronologia. A ciò devono accompagnarsi restauri, esposizioni e una costante promozione delle pubblicazioni legate alla storia e alla salvaguardia del paesaggio e delle acque.

Bibliografia

Arnold B., 1995, 1996, Pirogues monoxyles d’Europe centrale. Construction, typologie, evolution. Archaéologie neuchateloise, 20, 21.

Asta A., 2002-2003, Le piroghe italiane. Catalogo e studio per una nuova archeologia navale delle origini. Tesi di laurea in Metodologia e Tecnica della Ricerca Archeologica, Università degli Studi di Padova, a.a. 2002-03.

Asta A., 2006, Imbarcazioni e reperti monossili del Museo Archeologico di Padova. Contributo per una revisione critica dei dati. Bollettino del Museo Civico di Padova, XCIV, pp. 77-87.

Asta A., c.s., Le imbarcazioni monossili italiane: stato degli studi e prospettive di ricerca per un catalogo nazionale, in Atti del III Convegno Nazionale di Archeologia Subacquea (Manfredonia, 4-6 ottobre 2007), Bari.

Bonino M., 1982, Le imbarcazioni tradizionali delle acque interne nell’Italia centrale: quadro di riferimento e risultati della ricerca. Quaderni dell’Atlante linguistico dei laghi italiani, 1.

Bonino M., 1984, Le imbarcazioni monossili in Italia. Bollettino del Museo Civico di Padova, LXXII, pp. 51-77.

Cornaggia Castiglioni O., 1967, Le piroghe preistoriche italiane. Problematica ed inventario dei reperti. Natura – Rivista di Scienze Naturali, LVIII, 1, pp. 5-48.

Cornaggia Castiglioni O. & Calegari G., 1978, Le piroghe monossili italiane. Nuova tassonomia – Aggiornamenti – Iconogragia. Preistoria Alpina, 14, pp. 163-172.

Cremaschi M., 1997, Terramare e paesaggio padano, in Le Terramare. La più antica civiltà padana, a cura di M. Bernabò Brea, A. Cardarelli, M. Cremaschi, Milano, pp. 107-125.

McGrail S., 1978, Logboats of England and Wales, British Archaeological Reports, British Series 51.