Il Melanesia torna a casa!


Foto Melanesia
Il Melanesia in navigazione

Dopo essere stato esposto per circa un mese presso il Museo della Navigazione nelle Acque Interne, il Melanesia, una piccola canoa a vela con bilanciere, il cui archetipo, originario del Pacifico, risale al Paleolitico, ora è tornata ai proprietari, i velisti del Gruppo “Fare insieme”, nato all’interno dell’Associazione “Wharram Italia – Vele Vagabonde”.

La canoa è stata realizzata sulla base di un progetto di James Wharram, considerato il padre dei multiscafi o catamarani, ospite dell’Associazione lo scorso agosto.

I visitatori del MNAI hanno molto apprezzato l’esposizione del Melanesia che ha suscitato interesse e curiosità. Ora la piccola canoa ha lasciato il posto ad un’altra barca a vela, la Sabatina del lago di Bracciano, creata negli anni Trenta da Eugenio Cerocchi (1911-1970), da suo fratello Giuseppe (1913-1994) e da Federico Zunini. La barca, donata da Andrea Balestri, direttore tecnico di Hydra Ricerche (Trevignano Romano), sarà portata a Capodimonte giovedì 20 settembre e poi trasportata all’interno del museo.

Continuerà anche la collaborazione con il Gruppo “Fare Insieme” e con l’Associazione “Wharram Italia – Vele Vagabonde”. Presto nuove idee ed attività!

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Nuove acquisizioni per il MNAI


Mario Bordo, bolsenese adottato da Orvieto, ha donato al Museo della Navigazione di Capodimonte parte della sua collezione di oggetti legati alle tradizioni di pesca del lago di Bolsena. La prima acquisizione è stata un bellissimo plastico che rappresenta gli insediamenti tipici dei pescatori di queste zone, le cosiddette “cappanne ” che venivano realizzate con canne palustri, solitamente a pianta quadrata, con tetto spiovente, e con una struttura portante di pali di cerro, rivestiti di fasci di canne palustri.

Il plastico di Mario Bordo fotografa con minuzia di particolari una scena della vita dei pescatori di oltre cinquant’anni fa, attingendo ai ricordi di famiglia, in particolare del padre e del nonno.

Oltre a due plastici e ad alcuni oggetti antichi dei pescatori, acquisiremo anche parte della sua collezione di fotografie storiche, alcune delle quali appartenenti alla sua famiglia, come la foto riprodotta in basso che mostra la nonna del Sig. Mario Bordo mentre realizza una rete da pesca.

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Donna impegnata nella realizzazione di una rete da pesca (per gentile concessione del Sig. Mario Bordo)
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Un particolare del plastico realizzato da Mario Bordo.

 

 

Costruzione sperimentale di una piroga monossila di quercia


Nel 2003/2004 è stato avviato un progetto all’interno di una collaborazione tra il Musée des Tumulus de Bougon (Deux-Sèvres) e l’INRAP (Institut national de recherches archéologiques préventives): realizzare la replica della piroga monossila di quercia scoperta nel 1979 a Bourg-Charente e datata al Neolitico recente (la sua datazione al radiocarbonio ha restituito una datazione del 3620-2910 a. C.). In base agli studi finora condotti, sappiamo che le piroghe monossile iniziano a diffondersi in Europa a iniziare dal Mesolitico ma che l’utilizzo del legno di quercia per la loro realizzazione si attesta fortemente a partire dal Neolitico.

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La piroga di Bourg-Charente, esposta presso il Musée de Cognac

Questo tipo di legno conferisce alle piroghe una serie di vantaggi, prima di tutto una notevole longevità (si stima una durata di circa 50 anni, ma a seconda delle condizioni climatiche possono arrivare anche a 100 anni). La resistenza e la durata del materiale che evidentemente mette a dura prova gli strumenti necessari per modellarlo, hanno fatto ritenere improbabile, finora, che ciò potesse avvenire in assenza di utensili in metallo, a meno che non si facesse ricorso all’uso del fuoco: questa tecnica, infatti, è ben documentata ed è ancora in uso ai giorni nostri in varie parti del mondo.

Tuttavia, se il legno di quercia è rinomato per la sua durezza, esso possiede anche un’altra qualità meccanica notevole: la scheggiabilità. La sperimentazione dell’INRAP si è concentrata, dunque, sul tentativo di dimostrare che le piroghe monossile in legno di quercia potevano essere lavorate anche senza l’ausilio di strumenti metallici.

La piroga presa a modello, rinvenuta casualmente nel 1979 da alcuni subacquei nei fondali del fiume Charente, in un luogo chiamato Gué de Beaulieu, nel comune di Bourg-Charente. Prima della datazione delle piroghe di Bercy, questa era l’unica imbarcazione neolitica rinvenuta in Francia e rimane, probabilmente, la più occidentale attestata in Europa. Misura 5,56 m di lunghezza ed è larga 0,40 m a prua e 0,60 m a poppa. Il fondo è relativamente piatto, le sentine sono arrotondate. La prua presenta due solchi longitudinali probabilmente per l’alloggiamento delle corde per l’ormeggio, mentre la poppa presenta una sorta di gradino, forse un sedile. Lo spessore dei lati sarebbe dell’ordine dei 2 cm, mentre quello del fondo varia tra i 2 e i 4 cm. Questa variazione di spessore potrebbe essere dovuta ad un problema di conservazione.

Le varie fasi dell’esperimento sono state preventivamente programmate in base ad una sequenza temporale, indicando la durata prevista per ogni operazione. In corso d’opera si sono verificate delle modifiche della sequenza prevista. In totale il tempo di realizzazione di un abbozzo di piroga in fase avanzata, senza ricorso al fuoco per lo scavo della parte interna, ha richiesto 30 giorni.

E’ stato utilizzato un tronco di quercia decidua (Quercus robur L.), senza nodi rilevanti. Il legno era piuttosto asciutto, con un tasso d’umidità pari al 70%. Misurava 6,77 m di lunghezza per un diametro di 0,54 m da un estremità e di 0,45 dall’altra. Una volta portato il tronco presso il sito di Bougon, delle semplici leve di legno hanno permesso a due operatori di issarla su una struttura per poterla girare più volte durante la lavorazione. La maggior parte del lavoro è stato eseguito con l’aiuto di utensili fabbricati con corno di cervo e con  legno; gli strumenti affilati di pietra non sono stati usati in modo rilevante.

E’ possibile che le asce in corno di cervo, conosciute dopo il Mesolitico, fossero in grado di svolgere le stesse funzioni che gli utensili di pietra potevano svolgere sui legni più teneri. Durante la sperimentazione il fuoco è stato utilizzato solo per dare forma alle estremità che erano state tagliate meccanicamente, dunque in un contesto estraneo al Neolitico. Infatti, se il taglio del tronco fosse stato fatto con un’ascia, probabilmente si sarebbe potuto fare a meno del fuoco e si sarebbe potuto arrotondare le estremità con l’ausilio di strumenti in pietra, con guadagno di tempo. L’esperimento ha effettivamente dimostrato la fattibilità del lavoro di sagomatura anche senza il ricorso al fuoco. Gli strumenti utilizzati sono asce, accette, magli e cunei di legno. Le lame di pietra erano fissate ai manici da una legatura fatta con budello di maiale o da corde di lino. Durante la sperimentazione si è osservato che soprattutto gli attrezzi in corno di cervo si sono rivelati particolarmente utili per la lavorazioni, essendo in grado di tagliare le fibre di legno senza rompersi. Per i magli di legno è stato utilizzato il resistente bosso.

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Un eccezionale filmato sulla collocazione della piroga nella sua teca


 

La più antica piroga svedese


Tra il 2010 e il 2011, una nuova analisi sulla piroga svedese “Byslättskanoten” ha rivelato che l’imbarcazione è più antica di quanto si fosse pensato finora. La datazione con metodo del Carbonio 14 ha dimostrato che risalirebbe alla tarda età del Bronzo, mentre finora si pensava che fosse del periodo vichingo o comunque non più antica dell’età del Ferro.

La piroga era stata rinvenuta nel 1930, a Horred, nel comune di Mark (Svezia sud-occidentale) ed era già un reperto raro per il fatto di essere stata ricavata dalla corteccia di un albero, più precisamente un olmo, una tecnica che non trovava riscontri in nord Europa, come ha affermato l’archeologo navale Staffan von Arbin del Museo di Bohuslän. Quando è stata rinvenuta aveva una lunghezza di 3,5 metri, ma si sono potuti conservare solo 2,5 metri di corteccia.

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Fonte: Markbladet

La sorpresa della datazione più antica, che la renderebbe ora l’unica imbarcazione dell’età del Bronzo in Svezia, è avvenuta per caso, grazie ad uno studente di archeologia navale che aveva necessità di una nuova datazione per la stesura di un saggio, dato che al momento del rinvenimento, nel 1930, questo metodo di datazione non era ancora disponibile.

Ora anche le incisioni rupestri di barche, risalenti a quell’epoca, potranno essere studiate con questo nuovo importante elemento che riguarda le tecniche di costruzione utilizzate. Gli studiosi ritenevano che potesse trattarsi di barche realizzate in pelle o con tavole di legno, ma ora si dovrà prendere in considerazione anche l’ipotesi che fossero piroghe di corteccia. Per avere un’idea di questo tipo di barche si può fare un confronto con le barche di corteccia degli Indiani del Nord America.

Non si sa se la piroga sia stata utilizzata solo per la navigazione sul fiume Viskan o anche in mare. La rara imbarcazione si trova presso il Göteborg City Museum dal 1934.

Fonti:  Canoeing Daily, Markbladet

 

Otto piroghe dell’età del bronzo da Cambridgeshire


2000px-Cambridgeshire_UK_locator_map_2010.svgUna flotta di otto piroghe preistoriche, tra le quali una della lunghezza di quasi nove metri, è stata scoperta, tra il 2011 e il 2012, presso Cambridgeshire, alla periferia di Peterborough, nell’Inghilterra orientale.

Le piroghe, tutte volutamente affondate, sono il più grande gruppo di barche dell’età del bronzo mai trovate contemporaneamente in uno stesso sito, nel Regno Unito. Le imbarcazioni sono sorprendentemente quasi tutte in buono stato di conversazione. Una delle piroghe rinvenute è completamente ricoperta, sia all’interno che all’esterno, da intagli decorativi. Un’altra ha una sorta di “maniglie” scolpite nel tronco di quercia, create per facilitare il trasporto fuori dall’acqua dell’imbarcazione. Una galleggiava ancora dopo 3000 anni e presenta tracce di fuoco, evidentemente dovuto alla cottura a bordo del pescato.

Alcune presentano riparazioni antiche che consistono in “rattoppi” in argilla o anche nell’inserzione di nuove parti in legno. Si sono conservate grazie al fango del letto del torrente in cui erano adagiate, un affluente del fiume Nene.

La datazione è stata stabilita tra il 1.750/1650 e il 1000 a. C.

Era noto che il torrente aveva avuto la sua importanza, durante la preistoria, per la sussistenza degli abitanti della zona. In quell’area erano stati trovati, in precedenza, depositi rituali, soprattutto di armi in bronzo.

Anche le piroghe potrebbero essere state delle offerte rituali, oppure potrebbero essere state affondate per ragioni più pratiche, per mantenere il legno impregnato d’acqua ed evitare che si seccasse quando non venivano utilizzate – ma in questo caso sembra strano che tali oggetti preziosi in seguito non siano mai stati recuperati.

Alcune delle barche sono state ricavate da enormi tronchi, tra cui uno da una quercia che deve aver avuto un’altezza di 20 metri.

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River Nene

Kerry Murrell, il direttore dello scavo, ha detto: “Alcune imbarcazioni mostrano segni di un uso prolungato e sono state anche riparate ma altre sono in buone condizioni e potrebbero ancora navigare”.

Proprio per il loro ottimo stato di conservazione, le barche si sono potute sollevare intatte e sono state trasportate per due miglia, per essere sottoposte a restauro presso il sito archeologico di Flag Fen, dove sono anche state esposte al pubblico.

Le immagini delle piroghe possono essere viste sulla pagina Flickr della Cambridge University

Fonti: The Must Farm ProjectThe Guardian

L’ultimo Mastro d’ascia


Documentario sulla storia della Bbarka, la tipica barca del Lago di Bolsena e sull’ultimo Mastro d’ascia, Luigi Papini. La barca che attualmente è esposta nel Museo della Navigazione nelle Acque Interne di Capodimonte fu commissionata a Luigi Papini dal Comune di Capodimonte.

Il documentario, realizzato dalla Arx, illustra la storia del suo lavoro, le testimonianze dei pescatori e dello stesso Papini, i momenti della collocazione della barca all’interno del museo. Un documentario prezioso che manterrà la memoria di un’arte ormai appartenente al passato delle comunità del Lago di Bolsena.

La ricerca antropologica è stata condotta da Ebe Giovannini. Fotografia di Maurizio Pellegrini. Regia, soggetto e coordinamento di Ebe Giovannini e Maurizio Pellegrini.

II Convegno nazionale di Cesenatico, Museo della Marineria (13-14 aprile 2012)


Gli Atti del Convegno e i contributi sulle piroghe del lago di Bolsena

E’ uscito il volume Navis 5, Archeologia, Storia, Etnologia navale, che contiene gli Atti del II Convegno nazionale di Cesenatico, Museo della Marineria (13-14 aprile 2012).

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In questo volume sono contenuti due contributi che riguardano anche il nostro lago di Bolsena: uno è “Il relitto dell’Isola Martana (Lago di Bolsena)” di Antonia Sciancalepore ed Egidio Severi; l’altro “Indagini e sperimentazioni per la conservazione in situ del relitto dell’Isola Martana (Lago di Bolsena)” di Barbara Davidde Petriaggi, Giulia Galotta, Sandra Ricci, Manuela Romagnoli, Chiara Tagliatela.