La piroga di Punta Calcino: il recupero e il restauro


IL RECUPERO DEL RELITTO

La piroga monossile dell’Isola Bisentina è stata individuata da Massimiliano Bellacima il 1.10.1989 durante una ricognizione subacquea eseguita nell’ambito delle ricerche geologiche svolte dal Museo Territoriale del Lago di Bolsena, allora diretto da Alessandro Fioravanti. L’imbarcazione affiorava dal fondale limoso, privo di vegetazione e in leggera pendenza, alla profondità di m. 13.50, non lontano da Punta Calcino: l’asse longitudinale della piroga era orientato di 22° in direzione Nord. La lunghezza è di circa 6,5 m ed è attribuita al Bronzo medio.

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Mappa dell’Isola Bisentina (tratta da Meteo Marta)

L’intervento della competente Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale, finalizzato allo scavo, rilievo e recupero dell’imbarcazione, si è svolto tra il 13 novembre e il 7 dicembre 1989 sotto la direzione di Maria Antonietta Fugazzola Delpino, che ha seguito tutte le successive fasi del lavoro fino a luglio 1990, quando a conclusione del recupero la piroga è stata depositata nella vasca per essa predisposta a Capodimonte. Da quel momento fino all’esposizione nel Museo della Navigazione nelle Acque Interne, sempre a Capodimonte, sono trascorsi molti anni dedicati agli interventi eseguiti sul reperto ed ai lavori di adeguamento edilizio e di allestimento del museo. Poiché l’intervento di conservazione della piroga è stato condizionato dal recupero, è utile soffermarsi sulle modalità di quest’ultima operazione.

“Le piroghe del lago di Bolsena” è un Power Point di Marcello Forgia (Soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria Meridionale) e Anna Maria Conti (Società Cooperativa Arx).

Il sopralluogo effettuato il 7.10.1989, preliminarmente alla campagna di scavo, aveva messo in luce il cattivo stato del legno dell’imbarcazione. Per questo motivo fu escluso il trasporto su una lettiga appositamente costruita a favore del recupero dello scafo inglobato nei sedimenti del fondo, all’interno di una cassa di contenimento rigida. Questa struttura, lunga m 7,20, larga m 1,50, alta m 1,80, era costituita da un telaio di tubi innocenti e da tavole di legno; quelle del fondo presentavano uno spessore di cm 4, maggiore di quello delle pareti, per meglio sostenere il peso della zolla di deposito lacustre.

Al termine dell’esplorazione e del rilievo del relitto, la cassa fu calata – priva del fondo – nel lago, ad ingabbiare sia l’imbarcazione, dopo lo scavo nuovamente riempita da limo, sia la zolla di deposito sul quale la piroga poggiava. Le tavole destinate al fondo della cassa furono fatte penetrare a forza attraverso i sedimenti lacustri, a stretto contatto l’uno dell’altra, in senso trasversale all’asse della piroga. L’operazione, naturalmente, comportò un esteso scavo stratigrafico intorno allo scafo per isolarlo e creare lo spazio necessario al lavoro di montaggio del fondo della cassa. Il peso del complesso piroga/struttura di contenimento/deposito lacustre fu stimato tra le 10 e le 12 tonnellate.

Il 7.12.1989 la cassa contenente la monossila fu sollevata dal sito di giacitura del relitto e trasferita all’interno del porto di Capodimonte, dove venne reimmersa presso il molo occidentale in attesa che fosse individuato il laboratorio presso il quale condurre i successivi interventi di liberazione dal limo e di consolidamento; la Soprintendenza, infatti, mancava di una struttura adeguata a tale lavoro. L’idea progettuale elaborata nel 1989 per separare la piroga dai sedimenti lacustri prevedeva che l’operazione si svolgesse dopo aver capovolto la cassa contenente l’imbarcazione, che invece di poggiare sulla zolla sarebbe venuta a trovarsi al di sotto di essa; lo scavo stratigrafico, finalizzato al recupero di eventuali dati archeologici presenti negli strati sottostanti la monossila, sarebbe quindi iniziato dai livelli in origine più profondi.

Mentre per l’esecuzione di questi lavori era richiesta la disponibilità e valutata l’idoneità di diverse sedi, sia presso il lago di Bolsena che a Roma, l’Istituto Centrale per il Restauro – interpellato solo nel marzo del 1990 appunto per risolvere il problema sempre più incalzante dell’individuazione di una struttura che accettasse un impegno tanto oneroso – esprimeva un parere articolato. Infatti, sottolineando l’assoluta necessità che il recupero di reperti archeologici di legno bagnato avvenisse solo dopo aver predisposto strutture idonee per i complessi e lunghi trattamenti conservativi necessari alla sopravvivenza dei reperti stessi, sconsigliava di sottoporre la piroga al trauma di un viaggio visto che la struttura apprestata per il recupero costituiva “una cassa di contenimento e non una controforma idonea al trasferimento” e nello stesso tempo rilevava che la progettazione e realizzazione di una struttura adeguata al trasporto avrebbe richiesto tempi lunghi e costi elevati.

In considerazione dell’indisponibilità di una sede idonea a Roma e del parere dell’Istituto Centrale per il Restauro, il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali autorizzò, infine, il trasferimento della cassa in locali di proprietà del Comune di Capodimonte, che a tale scopo aveva offerto l’ex mattatoio, situato vicino al porto e quindi raggiungibile con un brevissimo tragitto. In questo edificio, ristrutturato con finanziamenti dello stesso Comune, per mantenere in acqua la cassa fu realizzata una vasca in muratura lunga m 10, larga m 5, profonda m 1,20. Il trasferimento dal porto fu eseguito il 27.7.1990 grazie alla collaborazione dei VVFF di Viterbo, che misero a disposizione mezzi eccezionali e proprio personale; tuttavia, nonostante gli accorgimenti presi e la professionalità di tutti gli addetti sia in acqua che a terra, nel corso del prelievo della cassa dal fondale, una delle cinture di sollevamento fuoriuscì dal suo alloggio provocando una leggera torsione della cassa stessa.

GLI INTERVENTI DI CONSERVAZIONE

Con il deposito della piroga nella vasca dell’ex mattatoio si concluse la travagliata operazione di recupero, i cui effetti però si estesero al successivo intervento di conversazione, avviato nel 1991 (la direzione dei lavori fu affidata a Patrizia Petitti dal 1991).

Tale intervento, infatti, è stato condizionato da diversi fattori: la mancanza di un progetto globale che fin dall’inizio dei lavori avrebbe dovuto pianificare l’intera operazione costituita dal recupero e dal restauro, i problemi tecnici provocati dalla frammentazione dello scafo, già evidenti nelle fasi di prospezione e rilievo sul fondo del lago, e infine le prevedibili difficoltà della Soprintendenza, un istituto oberato dai problemi economici derivanti dalla tutela e valorizzazione del suo immenso patrimonio, a garantire la continuità dei finanziamenti non solo per operare sull’imbarcazione ma anche per mantenere attivo, tra un intervento e l’altro, il sistema che assicurava la stabilità delle condizioni della piroga. E’ infatti da mettere in evidenza che gli ambienti dell’ex mattatoio, seppure ristrutturati con il generoso impegno economico del Comune di Capodimonte, costituivano solo un ricovero, mancando di impianti specifici e di personale qualificato in grado di controllare con continuità le condizioni del reperto.

Come era fin troppo prevedibile, il primo problema che si dovette affrontare fu la sterilità dell’acqua della vasca che richiedeva, a differenza di quella del lago, una continua manutenzione, pena la crescita di microrganismi che avrebbero potuto attaccare il legno stesso della piroga. Data la mancanza di un impianto di ricircolo e depurazione, il primo provvedimento adottato fu quello di procedere al ricambio periodico dell’acqua. Il problema fu in seguito risolto dotando l’ex mattatoio delle attrezzature necessarie e della relativa indispensabile manutenzione, completa di periodiche analisi: alla fine del 1993 per quanto riguarda la qualità dell’acqua era stata raggiunta una situazione ottimale. Naturalmente, data l’assenza di un partner italiano o straniero già operante nel settore dei legni bagnati, tutti i costi connessi agli aspetti organizzativi ed al lavoro di tecnici qualificati, ricadevano sulla Soprintendenza.

Nel febbraio del 1991 Giovanni Scichilone incaricò formalmente Ingrid Reindell di progettare ed eseguire l’intervento di conservazione; tale progetto ebbe diversi aggiustamenti man mano che si procedeva.

Per quanto riguarda la liberazione della piroga dai sedimenti lacustri, anche tenendo in debito conto le raccomandazioni dell’Istituto Centrale per il Restauro, I. Reindell propose un progetto che, a differenza del precedente, non prevedeva movimenti della cassa. Il nuovo progetto venne messo a punto ipotizzando che le condizioni del reperto fossero quelle documentate dal rilievo eseguito nel 1989 sul fondo del lago; il progetto fu poi sottoposto a verifica mediante sperimentazione e quindi approvato anche dall’Istituto Centrale per il Restauro.

La fase di liberazione della piroga dai sedimenti lacustri fu avviata il 19.10.1993; quando il limo che riempiva e copriva la piroga venne rimosso, come previsto dalla prima parte dell’intervento progettato e sperimentato, fu subito evidente che lo stato di frammentazione del reperto era ben più grave di quanto risultava nel rilievo del 1989. Probabilmente l’apertura delle fratture già esistenti e rilevate e la produzione di nuove fratture si deve far risalire al sistema usato per il recupero, in particolare al montaggio del fondo della cassa mediante inserimento forzato delle spesse tavole di legno alla base del blocco di limo, incomprimibile ed ingabbiato.

Un ulteriore fattore da considerare è lo stress subito dall’imbarcazione durante il trasferimento dal porto di Capodimonte alla vasca dell’ex mattatoio: le sollecitazioni meccaniche che hanno deformato la cassa si sono certo trasmesse allo scafo, contribuendo così a peggiorare lo stato di conservazione della monossila. Il grado di frammentazione riscontrato comportò naturalmente la necessità di ripensare l’intervento e di procedere ad un nuovo rilievo che documentasse lo stato di fatto, comprensivo anche delle caratteristiche morfologiche individuate dalla restauratrice nel corso della pulitura dell’interno della piroga. L’intervento di liberazione dello scafo dal deposito lacustre si concluse solo alla fine del 1996 con il trasferimento della monossila dalla cassa alla vasca di acciaio appositamente costruita per la fase di consolidamento.

Per quanto riguarda la zolla sulla quale aveva poggiato l’imbarcazione, nel gennaio 1997 si procedette all’esplorazione del blocco di sedimenti lacustri, sebbene gli scavi eseguiti nel 1989 per isolare la piroga e posizionare la cassa non avessero dato esito positivo. Date le dimensioni della zolla, furono aperti due saggi che confermarono l’assenza di deposito archeologico. Al termine dello scavo e dell’esame geologico delle sezioni esposte, in considerazione della possibile presenza di materiale archeologico sporadico, sembrò comunque opportuno procedere alla sistematica ispezione del residuo blocco di sedimenti. Del lavoro fu incaricato un gruppo di volontari locali che ebbero la soddisfazione di recuperare un boccale di impasto ed un falcetto di bronzo integri.

IL PROGETTO ESPOSITIVO

Alla fine del 2001, terminato il consolidamento, la piroga fu trasferita a Roma per procedere alla ricomposizione dei frammenti su un supporto di acciaio appositamente studiato anche ai fini della presentazione museale. La sede per l’esposizione non poteva che essere a Capodimonte. A cura del Comune, che si era offerto fin dal 1989 di esporre la piroga, furono eseguiti i lavori per trasformare lo stesso ex mattatoio in museo. Una prima soluzione, che prevedeva la creazione di un museo-laboratorio per i legni bagnati, fu lungamente meditata ma infine venne scartata perché troppo impegnativa dal punto di vista tecnico e troppo onerosa dal punto di vista finanziario; si preferì optare per uno spazio dedicato esclusivamente all’esposizione che, traendo spunto dalla piroga, proponesse un panorama diacronico della navigazione nelle acque interne dell’Italia centrale. Ai lavori di adeguamento edilizio seguì nel 2003 l’elaborazione del progetto di allestimento la cui realizzazione iniziò alla fine del 2005. La piroga sul suo supporto definitivo è stata riportata a Capodimonte nel settembre del 2005 e dal giugno 2010 è esposta al pubblico nel Museo della Navigazione nelle Acque Interne.

Il testo è tratto da P. Petitti, A. Benini, I. Reindell, M.L. Santarelli, E. Severi, D. Silenzi, G. Tei, “Le piroghe monossili del lago di Bolsena” in “Sul filo della corrente. La navigazione nelle acque interne in Italia centrale dalla preistoria all’età moderna” a cura di P. Petitti, Arx Società Cooperativa, 2009, pp. 9-38.

 

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