Barche derivanti da monòssile: la “naue” di Posta Fibreno


Nel Museo della Navigazione di Capodimonte è esposto il più antico esemplare conservato di “naue” o “nave” del lago di Posta Fibreno (FR). Si tratta di un’imbarcazione dalla struttura molto semplice: il fondo le fiancate e gli specchi sono collegati tra loro da due piccole traverse nel punto in cui inizia la curvatura delle estremità, e da due piccole tavole di rinforzo a metà della fiancata, dove si collega con il fondo. La solidità dello scafo, in assenza di altre strutture portanti, è affidata alle tavole del fondo (funno), delle fiancate e degli specchi (cape).

Nel complesso, quindi, la struttura longitudinale della barca e la mancanza di rinforzi trasversali ci riportano alle imbarcazioni monòssile. D’altro canto in queste zone esiste una duratura tradizione in fatto di monòssile, usate in Ciociaria e nelle Paludi Pontine fino al XX secolo. La “naue” o “nave” di Posta Fibreno mostra anch’essa caratteristiche palustri perché si manovrava con un palo di spinta (palòne), come si fa in acque molto basse, e con un remo, manovrato nello stesso modo.

La denominazione delle varie parti della barca risente del dialetto della vicina Campania, mentre il nome “nave”, secondo Marco Bonino, potrebbe essere il riflesso del latino “navicula” che in modo generico indicava tutte le imbarcazioni di piccole dimensioni, usate soprattutto come traghetti. Anche il nome “cape“, dato alle due estremità a specchio della “nave” postese potrebbe derivare da una denominazione molto antica, considerando l’uso del termine “capitìno” sul lago di Chiusi e di “capiòne” sul Mar Tirreno.

Bibliografia: M. Bonino, “Le imbarcazioni tradizionali delle acque interne nell’Italia centrale: quadro di riferimento e risultati della ricerca“, Quaderni dell’Atlante linguistico dei laghi italiani (ALLI) – I, Firenze 1982, pp. 34-35, scheda 9 (Nave di Posta Fibreno, 1970-1980).

 

 

Disegni di Marco Bonino

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Un eccezionale filmato sulla collocazione della piroga nella sua teca


 

La più antica piroga svedese


Tra il 2010 e il 2011, una nuova analisi sulla piroga svedese “Byslättskanoten” ha rivelato che l’imbarcazione è più antica di quanto si fosse pensato finora. La datazione con metodo del Carbonio 14 ha dimostrato che risalirebbe alla tarda età del Bronzo, mentre finora si pensava che fosse del periodo vichingo o comunque non più antica dell’età del Ferro.

La piroga era stata rinvenuta nel 1930, a Horred, nel comune di Mark (Svezia sud-occidentale) ed era già un reperto raro per il fatto di essere stata ricavata dalla corteccia di un albero, più precisamente un olmo, una tecnica che non trovava riscontri in nord Europa, come ha affermato l’archeologo navale Staffan von Arbin del Museo di Bohuslän. Quando è stata rinvenuta aveva una lunghezza di 3,5 metri, ma si sono potuti conservare solo 2,5 metri di corteccia.

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Fonte: Markbladet

La sorpresa della datazione più antica, che la renderebbe ora l’unica imbarcazione dell’età del Bronzo in Svezia, è avvenuta per caso, grazie ad uno studente di archeologia navale che aveva necessità di una nuova datazione per la stesura di un saggio, dato che al momento del rinvenimento, nel 1930, questo metodo di datazione non era ancora disponibile.

Ora anche le incisioni rupestri di barche, risalenti a quell’epoca, potranno essere studiate con questo nuovo importante elemento che riguarda le tecniche di costruzione utilizzate. Gli studiosi ritenevano che potesse trattarsi di barche realizzate in pelle o con tavole di legno, ma ora si dovrà prendere in considerazione anche l’ipotesi che fossero piroghe di corteccia. Per avere un’idea di questo tipo di barche si può fare un confronto con le barche di corteccia degli Indiani del Nord America.

Non si sa se la piroga sia stata utilizzata solo per la navigazione sul fiume Viskan o anche in mare. La rara imbarcazione si trova presso il Göteborg City Museum dal 1934.

Fonti:  Canoeing Daily, Markbladet

 

Otto piroghe dell’età del bronzo da Cambridgeshire


2000px-Cambridgeshire_UK_locator_map_2010.svgUna flotta di otto piroghe preistoriche, tra le quali una della lunghezza di quasi nove metri, è stata scoperta, tra il 2011 e il 2012, presso Cambridgeshire, alla periferia di Peterborough, nell’Inghilterra orientale.

Le piroghe, tutte volutamente affondate, sono il più grande gruppo di barche dell’età del bronzo mai trovate contemporaneamente in uno stesso sito, nel Regno Unito. Le imbarcazioni sono sorprendentemente quasi tutte in buono stato di conversazione. Una delle piroghe rinvenute è completamente ricoperta, sia all’interno che all’esterno, da intagli decorativi. Un’altra ha una sorta di “maniglie” scolpite nel tronco di quercia, create per facilitare il trasporto fuori dall’acqua dell’imbarcazione. Una galleggiava ancora dopo 3000 anni e presenta tracce di fuoco, evidentemente dovuto alla cottura a bordo del pescato.

Alcune presentano riparazioni antiche che consistono in “rattoppi” in argilla o anche nell’inserzione di nuove parti in legno. Si sono conservate grazie al fango del letto del torrente in cui erano adagiate, un affluente del fiume Nene.

La datazione è stata stabilita tra il 1.750/1650 e il 1000 a. C.

Era noto che il torrente aveva avuto la sua importanza, durante la preistoria, per la sussistenza degli abitanti della zona. In quell’area erano stati trovati, in precedenza, depositi rituali, soprattutto di armi in bronzo.

Anche le piroghe potrebbero essere state delle offerte rituali, oppure potrebbero essere state affondate per ragioni più pratiche, per mantenere il legno impregnato d’acqua ed evitare che si seccasse quando non venivano utilizzate – ma in questo caso sembra strano che tali oggetti preziosi in seguito non siano mai stati recuperati.

Alcune delle barche sono state ricavate da enormi tronchi, tra cui uno da una quercia che deve aver avuto un’altezza di 20 metri.

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River Nene

Kerry Murrell, il direttore dello scavo, ha detto: “Alcune imbarcazioni mostrano segni di un uso prolungato e sono state anche riparate ma altre sono in buone condizioni e potrebbero ancora navigare”.

Proprio per il loro ottimo stato di conservazione, le barche si sono potute sollevare intatte e sono state trasportate per due miglia, per essere sottoposte a restauro presso il sito archeologico di Flag Fen, dove sono anche state esposte al pubblico.

Le immagini delle piroghe possono essere viste sulla pagina Flickr della Cambridge University

Fonti: The Must Farm ProjectThe Guardian

II Convegno nazionale di Cesenatico, Museo della Marineria (13-14 aprile 2012)


Gli Atti del Convegno e i contributi sulle piroghe del lago di Bolsena

E’ uscito il volume Navis 5, Archeologia, Storia, Etnologia navale, che contiene gli Atti del II Convegno nazionale di Cesenatico, Museo della Marineria (13-14 aprile 2012).

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In questo volume sono contenuti due contributi che riguardano anche il nostro lago di Bolsena: uno è “Il relitto dell’Isola Martana (Lago di Bolsena)” di Antonia Sciancalepore ed Egidio Severi; l’altro “Indagini e sperimentazioni per la conservazione in situ del relitto dell’Isola Martana (Lago di Bolsena)” di Barbara Davidde Petriaggi, Giulia Galotta, Sandra Ricci, Manuela Romagnoli, Chiara Tagliatela.

Le imbarcazioni monossile italiane: proposta per un catalogo nazionale


di Alessandro Asta

Contributo tratto da Medas S., D’Agostino M., Caniato G. (a cura di) “Archeologia, storia, etnologia navale”. Atti del I Convegno nazionale, Cesenatico – Museo della Marineria (4-5 aprile 2008), Bari 2010

In Italia non esiste ancora un catalogo nazionale delle imbarcazioni monossile (“piroghe”) inteso come successione di schede formulate in base a criteri catalografici moderni. I lavori d’insieme degli anni ’70 e ’80 (Cornaggia Castiglioni 1967; Cornaggia Castiglioni & Calegari 1978; Bonino 1984) necessitano di una revisione per quanto riguarda l’analisi dei contesti di rinvenimento, gli studi morfo-tipologici e cronologici; a ciò si dovrebbe aggiungere una critica puntuale delle tecniche di recupero, restauro, conservazione ed esposizione. Colmando tali lacune si potrebbero finalmente elaborare progetti di ricerca e tutela mirati. Una proposta di catalogazione è stata sviluppata da chi scrive in forma di tesi di laurea presso il Dipartimento di Archeologia dell’Università di Padova (Asta 2002-2003); la base del lavoro è costituita da una griglia di raccolta dei dati che integra le schede di Cornaggia Castiglioni e di Bonino attraverso un confronto con gli studi europei di McGrail ed Arnold (McGrail 1978; Arnold 1995, 1996). La nuova scheda è divisa in tre sezioni comprendenti dati storico-geografici di riferimento (numero progressivo regionale, provincia/comune/anno di rinvenimento in ordine alfabetico-numerico, contesto di provenienza e/o sito archeologico, modalità di rinvenimento ed eventuale recupero, luogo e stato di conservazione), dati tecnico-interpretativi (analisi morfologica e tipologica), dati complementari (analisi di laboratorio, tipo di restauro effettuato, rilievi, documentazione fotografica e bibliografica). Questo complesso di dati, qualora esistente, risulta disperso in cronache di paese, riviste, quotidiani, diari di gruppi archeologici locali, fonti orali, archivi di Comuni e Soprintendenze, pubblicazioni di ambito archeologico, storico, botanico, folkloristico; per questo motivo, il loro inserimento nella griglia sviluppata non ha prodotto una restituzione coerente, se non in alcuni casi dove nuove indagini dirette hanno apportato le conoscenze mancanti, come nel caso veneto (Asta 2006).

In Italia i principali contesti di rinvenimento sono fiumi, laghi, torbiere e valli ferraresi. I reperti fluviali (93), prevalentemente medievali, non sono direttamente riconducibili a siti archeologici bensì alle molteplici attività umane (pesca, trasporto, traghetti, etc.) svoltesi lungo i corsi d’acqua; al contrario, le piroghe lacustri (28) sono state rinvenute in Piemonte, Trentino e Veneto, in stretta associazione con resti di abitati dell’età del Bronzo, mentre nel Lazio con abitati perispondali neolitici (anche se non mancano isolati reperti dell’età del Bronzo. Parte dei rinvenimenti nelle torbiere (50) dell’Italia centro-settentrionale, stadio finale dell’evoluzione di ambienti palustri, sono datate all’età del Bronzo, mentre le imbarcazioni scoperte nelle valli ferraresi (25) sono probabilmente collegabili alle attività svoltesi, tra l’età del Ferro e la piena età romana, lungo canali fluvio-lagunari e corsi d’acqua, ora sepolti, della rete idrografica padana. Delle imbarcazioni catalogate (206) meno della metà sono ora conservate in musei, depositi, centri di restauro e in situ. Le restanti, scoperte tra il 1870 e il 1940, sono andate distrutte soprattutto per la mancanza di sistemi di conservazione del legno umido.

Le analisi radiometriche e dendrocronologiche condotte denotano la continuità di utilizzo delle imbarcazioni monossile dal Neolitico al Medioevo; inoltre le qualità nautiche e la relativa semplicità di costruzione faranno perdurare tali mezzi almeno fino alla fine del XIX secolo, soprattutto in acque interne ma anche in acque costiere (come nel caso degli “zòppoli” triestini, derivati da elementi monossili). Gli scafi datati all’età del Bronzo (9), ad età romana (8) e ad età medievale (15) sono più numerosi. I reperti pre-protostorici (Neolitico, Rame, Bronzo) sono stati rinvenuti esclusivamente in contesti lacustri e torbosi; d’altronde l’idrografia dell’età del Bronzo è sepolta da sedimenti recenti e gran parte dei paleoalvei rimasti sono di età romana, medievale e rinascimentale (Cremaschi 1997). Per il periodo romano si nota una certa omogeneità di presenze nei vari contesti, dovuta anche alla minuziosa organizzazione dei trasporti su acqua in età classica; infine, in età medievale il “fenomoneno-monossile” si espande notevolmente in contesto fluviale, con modalità e funzionalità ancora non del tutto chiare.

Cornaggia Castiglioni elaborò una classificazione delle estremità delle imbarcazioni in 4 tipi generali e 6 sotto-tipi, oltre a definire 3 tipi per la sezione (Cornaggia Castiglioni & Calegari 1978, p. 165). Questo sistema, nonostante la mancanza di elasticità in rapporto al progressivo moltiplicarsi delle caratteristiche morfologiche individuate al raffinarsi degli studi con schemi e codici grafici, è stato utilizzato negli ultimi 25 anni per lo studio di circa 50 imbarcazioni, fra le quali prevalgono le combinazioni prua-poppa con estremità appuntita e la sezione quadrangolare. Con una serie di dati così limitata, sarà opportuno parlare di tendenze piuttosto che di certezze: in parte dei casi, studiati soprattutto da Bonino (Bonino 1982; Bonino 1984), le classi tipologiche possono trovare giustificazione in rapporto ai differenti ambiti di utilizzo; in altri casi, è invece possibile che la funzione giochi un ruolo fondamentale nell’aspetto morfologico. In tali condizioni tracciare una linea di evoluzione delle piroghe italiane è un’operazione forzata, vista anche la consistente distanza cronologica tra i quattro gruppi meglio rappresentati: a) Neolitico (lago di Bracciano); b) Bronzo (torbiere e laghi del nord Italia); c) Romano (fiumi, laghi e valli del Nord Italia); Medievale (fiumi e laghi del Centro e Nord Italia). Potrebbe essere utile, piuttosto, cogliere le caratteristiche d’insieme per ciascuno dei periodi meglio rappresentati, disponendo però di esaurienti schede di dettaglio. E’ difficile, inoltre, valutare se i reperti giunti fino a noi siano il riflesso di tentativi per ottenere dei modelli efficienti oppure se rappresentino standard qualitativi già alti nella produzione cantieristica destinata alle acque interne.

Lo sviluppo degli studi dovrà essere legato ad un progetto di indagine sul territorio nazionale, volto al completamento della documentazione presente nel database e alla sua pubblicazione integrale, con il coinvolgimento delle Soprintendenze competenti, dei gruppi archeologici locali, di professionisti disegnatori, fotografi, restauratori, archeologi e storici navali. E’ necessario, inoltre, poter usufruire di un maggior numero di analisi per la determinazione delle essenze lignee e della cronologia. A ciò devono accompagnarsi restauri, esposizioni e una costante promozione delle pubblicazioni legate alla storia e alla salvaguardia del paesaggio e delle acque.

Bibliografia

Arnold B., 1995, 1996, Pirogues monoxyles d’Europe centrale. Construction, typologie, evolution. Archaéologie neuchateloise, 20, 21.

Asta A., 2002-2003, Le piroghe italiane. Catalogo e studio per una nuova archeologia navale delle origini. Tesi di laurea in Metodologia e Tecnica della Ricerca Archeologica, Università degli Studi di Padova, a.a. 2002-03.

Asta A., 2006, Imbarcazioni e reperti monossili del Museo Archeologico di Padova. Contributo per una revisione critica dei dati. Bollettino del Museo Civico di Padova, XCIV, pp. 77-87.

Asta A., c.s., Le imbarcazioni monossili italiane: stato degli studi e prospettive di ricerca per un catalogo nazionale, in Atti del III Convegno Nazionale di Archeologia Subacquea (Manfredonia, 4-6 ottobre 2007), Bari.

Bonino M., 1982, Le imbarcazioni tradizionali delle acque interne nell’Italia centrale: quadro di riferimento e risultati della ricerca. Quaderni dell’Atlante linguistico dei laghi italiani, 1.

Bonino M., 1984, Le imbarcazioni monossili in Italia. Bollettino del Museo Civico di Padova, LXXII, pp. 51-77.

Cornaggia Castiglioni O., 1967, Le piroghe preistoriche italiane. Problematica ed inventario dei reperti. Natura – Rivista di Scienze Naturali, LVIII, 1, pp. 5-48.

Cornaggia Castiglioni O. & Calegari G., 1978, Le piroghe monossili italiane. Nuova tassonomia – Aggiornamenti – Iconogragia. Preistoria Alpina, 14, pp. 163-172.

Cremaschi M., 1997, Terramare e paesaggio padano, in Le Terramare. La più antica civiltà padana, a cura di M. Bernabò Brea, A. Cardarelli, M. Cremaschi, Milano, pp. 107-125.

McGrail S., 1978, Logboats of England and Wales, British Archaeological Reports, British Series 51.

Problemi di documentazione per le piroghe monossile italiane


Nella pubblicazione “Sul filo della corrente”, a cura di P. Petitti (2009), Alessandro Asta (Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto), focalizza l’attenzione sullo stato degli studi riguardo le imbarcazioni monossile italiane. L’Autore fa notare che una moderna archeologia delle acque interne si è sviluppata in Italia solo in tempi recenti ma non ancora in modo sufficiente rispetto agli studi avviati in Europa occidentale e anche centro-orientale (tra i più recenti, per esempio: L. Bonnamour, Archeéologie des fleuves et de rivières, Paris 2000; L. Long, Secrets du Rhône: les tresor archéologique du fleuve à Arles, Arles 2009; A. Hafner, U. Niffeler, U. Ruoff, IKU-WA 2: Die Neue Sicht. Une nouvelle interpretation de l’histoire. The New View, Akten des 2. Internationalen Kongresses für Unterwasser, Archaeologie, Antiqua, 40).

Secondo gli ultimi studi di settore le imbarcazioni monossile rinvenute sono circa 210, per quanto riguarda i reperti catalogabili ma la maggior parte di essi non dispone di analisi di laboratorio dedicate sia a causa del deperimento dei reperti che per l’impossibilità di accedervi, oltre che per la mancanza di investimenti. Pertanto i dati disponibili riguardano soltanto una cinquantina di imbarcazioni. Spicca la continuità di utilizzo dal Neolitico all’età basso-medievale, con percentuali di presenze più elevate per l’età del Bronzo, la piena età romana e l’alto Medioevo.

I reperti preistorici e protostorici provengono quasi esclusivamente da contesti lacustri e torbosi, i reperti di età romana sono distribuiti pressoché uniformemente  tra fiumi, laghi e ambienti d’acqua progressivamente interratisi e/o bonificati (per esempio le valli ferraresi); i reperti medievali, infine, sono concentrati prevalentemente in contesti fluviali. Nessun reperto di età rinascimentale o posteriore è giunto fino a noi, sebbene numerosi siano gli indizi o addirittura le prove di presenza, utilizzo e persistenza dei tipi monossili sia in acque interne che in acque costiere italiane almeno fino all’inizio del XX secolo (vedi gli zòppolo per la pesca, usati nel golfo di Trieste e in Dalmazia).

Questioni di tipologia

Le prime proposte di classificazione tipologica avanzate in Italia (v. O. Cornaggia Castiglioni, Le piroghe preistoriche italiane. Problematica ed inventario dei reperti, in Natura – Rivista di Scienze Naturali LVIII, 1: 5-48; M. Bonino, Argomenti di Archeologia navale in Piemonte, in Bollettino della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti XXI: 16-28) sono state in seguito ampliate e corrette per poter meglio gestire i dati via via resi disponibili grazie all’incremento dei rinvenimenti (vedi O. Cornaggia Castiglioni, Le piroghe preistoriche italiane. Nuova tassonomia – aggiornamenti – iconografia, in Preistoria Alpina 14: 163-172; M. Bonino, Le imbarcazioni monossili in Italia, Bollettino del Museo Civico di Padova, 1983, 72: 51-77). Nei primi due studi gli autori individuano rispettivamente 4 e 3 varietà di forme, sulla base dell’analisi delle caratteristiche morfologiche e tecniche delle estremità, delle sezioni dello scafo, delle dimensioni e delle particolarità; le successive revisioni sono portatrici di importanti novità, in parte riflesso degli studi di ambito europeo. La proposta tipologica del 1978, che in Italia avrà ampio seguito negli anni successivi, consiste nell’applicazione di una formula costruttiva che riporta in sigle le caratteristiche delle estremità (per le quali sono riconosciute 4 tipi e 6 sotto-tipi) e della sezione dello scafo (per la quale sono riconosciuti 3 gruppi); questo tipo di classificazione riguarda solo la parte esterna dello scafo.

Alessandro Asta ricorda che un’altra classificazione, impostata su formule costruttive più dettagliate, fu proposta nello stesso anno da Séan McGrail per quanto riguarda le piroghe rinvenute in Inghilterra e nel Galles. Lo studioso ha elaborato un codice morfologico costituito da 9 numeri, ciascuno dei quali descrive la forma di una parte dello scafo.

Qualche anno dopo, continua Asta, Marco Bonino si discosterà da questo approccio, preferendo identificare tipologie ascrivibili a contesti geografici specifici  (Bonino 1983, 54-64). Le differenze imposte dalle differenti caratteristiche di navigabilità delle acque interne italiane avrebbero condotto, infatti, anche ad una diversificazione delle caratteristiche costruttive degli scafi monossile. Tali particolarità tecniche sembrerebbero mantenersi circoscritte ad alcune regioni – o facies; l’Autore ne individua 7. Si dovrà attendere il corposo lavoro di Béat Arnold sulle imbarcazioni monossili dell’Europa centrale (B. Arnold, Pyrogues monoxyles d’Europe centrale. Construction, typologie, evolution, tome II, in Archéologie neuchateloise 21, Musée Centrale d’archéologie, Neuchatel) per vedere una trattazione più ampia della “questione tipologica” attraverso l’ideazione di uno schema classificatorio che pone al centro le caratteristiche della “base” monossila, includendo anche tutti gli altri tipi di imbarcazione ottenibili dalla stessa base; la formula costruttiva (o codice morfologico) è determinata dalla varietà delle linee generali, dalle particolarità esterne ed interne, dagli elementi aggiunti, dalle strutture a rilievo o ad incavo, identificate con un sistema alfanumerico a maglie larghe. Arnold indica come non sia stato possibile, in base alla sola forma dello scafo, formulare le linee di un’evoluzione cronologica dei tipi monossili, in quanto la materia prima, ovvero il tronco ligneo, impone necessariamente delle costrizioni per quanto riguarda la forma dello scafo ottenibile. In effetti alcune linee di evoluzione potrebbero essere individuabili solo per i tipi di essenze arboree o di strumenti da taglio utilizzati, per il metodo di controllo dello spessore delle pareti, per le caratteristiche formali del fondo e delle fiancate, per l’eventuale sistema di chiusura della poppa, per la funzione e per le dimensioni (Arnold 1996: 8-ss).

Al momento, per quanto riguarda i reperti italiani, a causa dell’esiguo numero di imbarcazioni documentate in dettaglio e conservatesi, il quadro tipologico risulta piuttosto complesso poiché ogni periodo storico ha sì lasciato qualche evidenza ma per contesti geografici e culturali molto specifici: il Neolitico antico laziale, l’Eneolitico piemontese, veneto e toscano, l’età del Bronzo padana (in tutta la sua lunga e complessa evoluzione dalla fase antica a quella finale) e laziale, la piena età del Ferro in Eturia meridionale e la sua fine nella Padania in corso di romanizzazione. Si deve attendere la piena età romana per poter confrontare pienamente il dato archeologico con quello letterario (S. Medas, Le imbarcazioni monossili: letteratura antica e archeologia, Atti del I Convegno di Archeologia subacquea I, n.0: 103-147), riferibili a tutta la Penisola, tranne poi ricadere, nell’alto medioevo, in un marcato silenzio delle fonti scritte.

Estratto da A. Asta, “Dalle acque ai GIS: “percorsi accidentati” per le piroghe italiane, in P. Petitti (a cura di), “Sul filo della corrente. La navigazione nelle acque interne in Italia centrale dalla preistoria all’età moderna“, Arx Società Cooperativa, Montefiascone, 2009